Grazie a tutte e tutti per il tempo che abbiamo scelto di prenderci insieme. Un rituale di pensiero.
Il primo Cerchio in Polveriera è stato anche un microfono che non funzionava, la cassa che andava in protezione, l’emozione nel parlare davanti a tante persone, le sedie spostate, una giornata finalmente di sole, volti che si conoscono da anni e volti nuovi. Una comunità in movimento.
Ci siamo sedute e seduti in cerchio.
Abbiamo parlato molto.
Abbiamo ascoltato ancora di più.
In una fase in cui il tempo è frammentato, accelerato, monetizzato, fermarsi per riflettere insieme è già un gesto politico. Il Cerchio nasce prima di tutto come strumento di ascolto, poi come laboratorio politico generativo. Per questo, nella restituzione, siamo partite dalle parole pronunciate.
Raccogliere parole non è un esercizio formale: memoria collettiva. È un modo per dare valore a ciò che è accaduto.
Il tempo che ci prendiamo per rimemorare è parte della pratica. I Cerchi sono anche rituali: forme umane di stare insieme, creare relazione, attraversare differenze, generare comunanza senza annullare il conflitto.
Il laboratorio politico generativo è anche la costruzione di una mappa condivisa per orientarci insieme. Per tenere insieme pezzi di discorso dispersi. Per elaborare pratiche e linguaggi in cui riconoscerci. Per dare senso e direzione alle lotte della città sommersa.
La città è il campo in cui ci muoviamo. È lì che si manifesta la tensione tra uso comunitario e proprietà, tra diritto alla città e rendita, tra cura e ordine pubblico.
Il percorso della Venere, dal suo risveglio il 29 marzo 2025, è parte di questo ciclo: un attraversamento fatto di tappe, uscite pubbliche, metamorfosi simboliche e pratiche. La Venere Biomeccanica alta cinque metri di ferro e lamiere, tubi innocenti e vetroresina si e trasformata in bruca accogliente con il suo volto oracolare e trasportata in corteo, diventata poi gesto serigrafico collettivo, immagine moltiplicata. Non un’icona da fissare, ma una forma che si trasforma.
Nota metodologica
Il Cerchio è un incontro pubblico e viene sempre registrato. Non per archiviarlo come atto formale, ma per poterlo riascoltare e trascrivere, rielaborare e restituire con precisione. La registrazione è parte della cura del processo: è il modo in cui la Venere si assume la responsabilità di non disperdere ciò che viene detto e di trasformare l’ascolto in memoria condivisa.
Nel lavoro di restituzione che segue abbiamo scelto di partire dalle parole emerse nel Cerchio. Le frasi riportate tra virgolette sono tratte testualmente dagli interventi. Le formulazioni senza virgolette sono condensazioni fedeli del senso espresso, rielaborate per rendere leggibile e coerente il discorso collettivo.
Si tratta di una restituzione ragionata: un passaggio necessario per costruire una mappa condivisa e dare continuità al lavoro nello spazio pubblico e dentro Polveriera.
Dalle frasi alla mappa: una memoria che orienta
Per restituire in modo onesto ciò che è accaduto, abbiamo scelto di partire dalle parole dette. Non come citazioni da esibire, ma come tracce di un lavoro collettivo: frasi che indicano direzioni, aprono domande, indicano delle pratiche.
Le abbiamo organizzate nelle tre prospettive proposte dal Cerchio — Improprietà, Polveriera, Arte e relazione — perché questo ci aiuta a non disperdere ciò che è emerso e a trasformarlo in una mappa condivisa. Qui trovi il testo su Improprietà proposto dal Leoncavallo, qui una prima nostra riflessione che è stata letta durante il cerchio.
1) Improprietà: quando una parola diventa pratica
La discussione ha messo subito a tema una questione semplice e radicale: è una parola che vale solo se produce metodo.
Frasi cardinali (assi di orientamento)
“L’improprietà implica una responsabilità collettiva più grande.”
Questa affermazione riporta il discorso su un piano concreto: l’uso collettivo non è alleggerimento, ma intensificazione della responsabilità.
Frasi spina (tensioni che non vanno spente)
“Serve davvero una nuova parola?”
“Cosa ci dà di nuovo ‘improprietà’ rispetto a bene comune o uso civico?”
“Non sono convinto che ‘improprietà’ aggiunga qualcosa di sostanzialmente nuovo.”
“Se l’improprietà diventasse una forma riconosciuta e mediata dall’alto, il rischio è che si acquietino le pratiche sovversive.”
“Le occupazioni potrebbero non esistere più.”
Qui emerge una tensione forte: il rischio che un concetto venga trasformato in dispositivo di normalizzazione. Che la ricerca di riconoscimento produca pacificazione invece che apertura. Ovvero serva per burocratizzare una tensione orizzontale.
Nodo aperto sui beni comuni
“Quando ho sentito ‘improprietà’ ho pensato: perché un termine nuovo per temi già discussi?”
“Forse siamo rimasti dentro una cerchia ristretta.”
“Non tutte le esperienze citate sono realmente beni comuni: alcune sono gestioni private.”
“Abbiamo ancora molto da discutere.”
Non c’è delegittimazione, ma richiesta di rigore. Di distinzione. Di chiarezza tra lessico e pratica.
2) Polveriera: conflitto situato, cura, affezione
Qui il discorso ha preso corpo. La Polveriera non è un concetto: è un luogo attraversato da conflitto, fatica, relazioni.
Frasi cardinali (assi di orientamento)
“Prima c’è il conflitto, poi si cerca di plasmare ciò che esiste in una direzione più orizzontale.”
“Gli spazi autogestiti non si alimentano di soldi, ma di motivazione.”
“Uno dei grandi non detti è la sostenibilità economica e umana.”
“Senza proprietario, chi si prende cura dello spazio?”“È importante costruire rete e mutualismo.”
Qui l’uso comunitario si misura sulla capacità di durare: energia, responsabilità, alleanze, redistribuzione del carico.
Ma dentro questo blocco è emerso anche qualcosa di più sottile e decisivo: il legame emotivo con lo spazio.
“L’affezione è un motore fondamentale, sia nella difesa che nella costruzione.”
“Dobbiamo rendere operativo questo meccanismo emozionale.”
L’emozione non è accessoria. È ciò che muove le persone a restare, difendere, costruire. Ma è anche un terreno delicato.
“Vivere in resistenza può trasformare l’amore in possesso.”
Questa frase apre una domanda difficile: come custodire uno spazio senza chiuderlo? Come evitare che l’affezione diventi irrigidimento?
Accanto a questo, è emersa un’esperienza urbana precisa:
“L’arrivo alla Polveriera mi ha fatto rivedere il centro da un’altra prospettiva.”
“Negli ultimi anni mi sono sentita anche un po’ espulsa.” (dal centro)
“È stata un’occasione per riattraversarlo lentamente, a piedi, osservare le relazioni.” (il centro di Firenze)
Qui il legame emotivo con lo spazio si intreccia con il diritto alla città. Con la possibilità di sentirsi legittimə ad abitare, attraversare, restare.
Frasi spina (la fragilità reale)
“È difficile mantenere questi spazi aperti e accoglienti per chi non è abituato all’autogestione.”
“La normalizzazione seleziona, controlla e frammenta.”
“Viviamo in una fase in cui il diritto di proprietà viene riaffermato come principio ordinatore dello spazio urbano.”
E dentro questa lente torna fortissima la questione della convergenza.
Identità e convergenza
“L’identità è una risorsa, ma anche un limite.”
“Nei processi di convergenza le identità troppo solide si frantumano.”
“Dovremmo diventare più liquidi.”“C’è bisogno di sciogliersi, ma con desiderio di trasformazione.”
“Credo che oggi la politica sia possibile solo attraverso convergenza di idee, sogni, bisogni, soldi e strumenti.”
Qui si apre una delle domande più intense del Cerchio: come essere attraversabili senza dissolversi? Come costruire convergenza senza perdere orientamento?
3) Arte e relazione: immaginario e spazio pubblico
Qui il discorso ha toccato la dimensione simbolica e culturale come parte strutturale del processo.
“Sono in affinità con ogni esperienza di occupazione di spazi pubblici, oggi minacciati da processi di privatizzazione culturale.”
“Possiamo sorprenderci attraverso l’arte.”
“La novità è nel nome, che retoricamente può aprire possibilità.” (improprietà)
“Mi occupo di fotografia e cultura: servono spazi fuori dalla massificazione del mercato.”
“La produzione culturale e l’accesso alla cultura sono strumenti per contrastare le disuguaglianze.”
L’arte qui non è decorazione. È relazione, accesso, riattivazione di senso nello spazio pubblico.
Non è un livello secondario rispetto al conflitto o alla sostenibilità. È una delle condizioni che rendono uno spazio non riducibile alla rendita.
Una domanda
Attraversando tutte e tre le prospettive, torna una domanda che riguarda la tenuta del processo:
Se dovessimo investire energie nei prossimi mesi, dove servirebbero di più: nella costruzione di metodo, nella sostenibilità o nella produzione di immaginario?
4 Tensioni trasversali emerse dal Cerchio
Oltre alle tre prospettive di lavoro, dal Cerchio sono emerse alcune linee di tensione che attraversano tutto il discorso e che meritano di essere nominate con chiarezza.
Non come sintesi conclusiva, ma come campo aperto.
1) Repressione e normalizzazione
È stato ricordato che ciò che accade alla Polveriera non è isolato. Le pressioni sugli spazi autogestiti, le richieste di formalizzazione, le dinamiche di sgombero fanno parte di un quadro più ampio.
Nel dibattito è emersa una consapevolezza precisa: la normalizzazione può diventare uno strumento di frammentazione. La richiesta di trasformarsi in soggetti giuridici riconoscibili può produrre controllo e selezione.
Il rischio non è solo la repressione esplicita.
È anche la pacificazione che spegne il conflitto.
La domanda che resta aperta è:
come costruire convergenza senza neutralizzare la tensione che rende vivo un movimento?
2) Crisi di linguaggio e necessità di precisione
Il confronto sull’improprietà ha messo in luce una fatica più ampia: la difficoltà di trovare parole che non siano già state assorbite, sussunte, svuotate.
Non si tratta solo di inventare termini nuovi, ma di chiarire cosa intendiamo quando parliamo di beni comuni, uso civico, improprietà.
Il Cerchio ha mostrato un’esigenza forte di precisione.
Non per chiudere il discorso, ma per renderlo più solido.
Il linguaggio, qui, non è decorazione teorica. È uno strumento di orientamento politico.
3) Cura, tempo, sostenibilità
Il nodo della sostenibilità — economica, umana, organizzativa — è emerso come uno dei più concreti.
Durare nel tempo richiede energia distribuita, responsabilità condivisa, capacità di accogliere chi non è abituato all’autogestione.
Ma richiede anche tempo.
Tempo per ascoltare.
Tempo per rielaborare.
Tempo per non reagire solo in emergenza.
Il Cerchio stesso, nella sua forma rituale e ripetuta, è già una risposta a questa esigenza. Non accelera. Non produce immediatamente output. Costruisce senso nel tempo.
4) Città come campo di tensione
La Polveriera non è solo uno spazio. È situata dentro una città attraversata da turistificazione, rendita, speculazione, espulsione.
È emersa con forza la percezione di una città che si trasforma in merce e di una difficoltà crescente nel sentirsi legittimə ad abitarla.
La domanda sull’uso comunitario non è separabile dal diritto alla città.
La convergenza tra pratiche, linguaggi e immaginari è anche una risposta alla frammentazione prodotta dai processi urbani in atto.
Queste tensioni non vanno neutralizzate né ricondotte a una formula unica. Chiedono un lavoro paziente, capace di tenere insieme conflitto e convergenza, immaginario e organizzazione, desiderio e responsabilità.
Verso il secondo Cerchio in Polveriera del 15 marzo
La Venere, Biomeccanica è un’opera d’arte collettiva nata nel 2003 per un rituale collettivo che invase le vie del centro per approdare alle Cascine. Accompagnata da migliaia di corpi danzanti fu poi donata alla città di Firenze come prima opera di un centro per l’arte contemporanea che non è mai stato costruito. Ancora è abbandonato, il Meccanotessile a Rifredi. Non era pianificato che si risvegliasse nel 2025 . È successo.
Questo è un segnale.
Significa che l’immaginario non è un accessorio. È una forza generativa. Si diffonde, si trasforma, prende forma attraverso chi partecipa.
L’autogestione non è lineare. Ha tempi irregolari, disordinati. Ma proprio in questa irregolarità sta la sua potenza. Non produce eventi programmati, ma solo tracciati: produce accadimenti, situazioni e storie.
La Venere non è un logo.
Non è proprietà di nessuno.
È un corpo in movimento.
L’invito per il prossimo cerchio lo trovi a questo link