Nei Cerchi della Venere abbiamo parlato di diritto alla città, di spazi sottratti alla logica del profitto, di cura come pratica collettiva e non come servizio da acquistare. Abbiamo ragionato sull’improprietà: occupare, abitare, trasformare come gesto politico in un’epoca in cui immaginare alternative sembra difficile. Abbiamo discusso di narrazione pubblica: chi costruisce il racconto di ciò che è possibile e chi viene escluso da quel racconto?
Questa difficoltà ad avere una visione alternativa ha un nome: Mark Fisher la chiamava realismo capitalista, ovvero la condizione in cui il capitalismo non appare più come un sistema tra i possibili, ma come l’unica realtà praticabile. Il Capitalismo non è un sistema economico, ma l’intera struttura della società. “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” — la frase, attribuita a Fredric Jameson e riletta da Fisher, descrive qualcosa che moltə di noi riconoscono: il blocco dell’immaginario politico, la fatica di desiderare in grande.
Fisher proponeva un antidoto concettuale: l’iperstizione. A differenza della superstizione, ovvero credere in qualcosa che non esiste, l’iperstizione è una finzione che si autoavvera. Un’idea che, diffondendosi, crea le condizioni della propria realizzazione. Non propaganda, qualcosa di più sottile: iniettare nel senso comune la possibilità di un mondo diverso fino a renderlo pensabile, poi desiderabile, poi praticabile. Fisher lo diceva a proposito della coscienza di classe: non un dato oggettivo che emerge spontaneamente, ma un processo di autocredenza collettiva che trasforma la realtà mentre la descrive.
Nella tradizione marxista classica la coscienza di classe è un processo di riconoscimento: la classe operaia prende coscienza della propria condizione oggettiva, riconosce i propri interessi comuni, e da lì si organizza. È un movimento dal basso verso l’alto, dall’esperienza alla consapevolezza alla politica. L’idea di fondo è che la realtà oggettiva esista già e che la coscienza sia lo strumento per vederla.
Fisher ribalta questo. Per lui la coscienza di classe non è il riconoscimento di qualcosa che c’è già: è la produzione di qualcosa che non c’è ancora. Non si prende coscienza di una classe esistente: si costruisce una classe attraverso il processo di prenderne coscienza. È iperstizionale proprio in questo senso: la credenza collettiva non rispecchia la realtà, la genera.
Questo cambia radicalmente il problema politico. Non si tratta di far vedere alla gente quello che già esiste ma non vede. Si tratta di costruire insieme qualcosa che non esiste ancora: un soggetto collettivo, un immaginario condiviso, una volontà comune. E questo processo è fragile, non lineare, dipende dalla cultura, dall’estetica, dall’affetto, non solo dall’analisi economica.
Potremmo descrivere questo meccanismo con un modello di politologia contemporanea: la finestra di Overton. Ogni epoca ha una finestra di ciò che è considerato pensabile, accettabile, normale nel dibattito pubblico. Quello che sta fuori dalla finestra è folle, utopistico, impraticabile. La politica trasformativa non è solo proporre alternative, è spostare quella finestra, allargare il campo di ciò che può essere detto e desiderato senza essere immediatamente ridicolizzato. Nei Cerchi abbiamo visto quanto questo meccanismo operi anche nello spazio urbano: la narrazione dominante definisce cosa è un uso legittimo della città, chi può abitarla e come, cos’è degrado e cosa è rigenerazione.
È esattamente in questo solco che si muove una corrente filosofica nata negli ultimi anni: il Cute Accelerationism (c/acc). Elaborato nel 2024 dalle teoriche Amy Ireland e Maya B. Kronic, il c/acc parte da una domanda apparentemente bizzarra: cosa succede se prendiamo sul serio l’estetica del cute (le orecchiette da gatto, i meme teneri, la cultura kawaii) come sintomo di una trasformazione profonda? La tesi è che il cute non sia decorazione superficiale, ma un vettore di mutazione identitaria: un sabotaggio dell’identità patriarcale adulta attraverso dosi di non-umano, di infantile, di ibrido, di mostruoso-adorabile. E, inscindibilmente, un tentativo di iniettare cura nelle relazioni quotidiane, di costruire protocolli affettivi alternativi basati sulla tenerezza e sulla mutua trasformazione.
Il c/acc si inserisce nella genealogia dell’accelerazionismo ovvero la tradizione filosofica che, da Marx a Deleuze e Guattari fino al CCRU fondato da Sadie Plant ed ereditato da Nick Land negli anni ’90, ha ragionato sull’idea di spingere le contraddizioni del capitalismo fino al punto di rottura o trasformazione. Una tradizione che si è ramificata in direzioni molto diverse, destra, sinistra, incondizionata, producendo molta filosofia e poca pratica politica organizzata. Sul versante destro ha persino prodotto derive violente e terroristiche. Sul versante sinistro, manifesti brillanti e movimenti effimeri.
È qui che entra qualcosa di nuovo e tutto italiano: il Partito Capibara. Non un partito normale, lo dichiarano esplicitamente, ma un’iperstizione in azione. Un’arma memetica per bucare il realismo capitalista. Il programma è concreto:
- settimana lavorativa di 24 ore,
- welfare gratuito sui sei bisogni fondamentali (casa, bollette, cibo, trasporti, sanità, istruzione),
- reddito di base universale ancorato al tasso di automazione.
Il tutto costruito attraverso le REPA — Reti di Progettazione Aperte — tavoli collettivi che trasformano l’immaginazione radicale in architetture normative dettagliate, con decreti attuativi e calcoli dei costi. Perché il realismo capitalista si squarcia non solo evocando un’alternativa, ma dimostrando, numeri alla mano, che è già possibile.
Il concetto centrale che propongono è la mammiferanza: il diritto a dormire, giocare, stare insieme, prendersi cura di sé e degli altri senza fretta. Siamo mammiferi, non macchine. È una politica del corpo e del tempo e in questo si connette direttamente a quello che abbiamo cominciato a fare nei Cerchi: prendersi tempo per un rituale collettivo di pensiero e cominciare a tradurre in azioni nello spazio linee di lavoro concrete.
Ma il Partito Capibara affronta anche una domanda che i movimenti si pongono da sempre: come si entra nelle istituzioni senza esserne divorati? La loro risposta è il partito-flottilla. Non una struttura gerarchica che delega la trasformazione a un’élite politica, ma uno strumento del movimento, costruito con il movimento. La metafora è militare ma capovolta: invece di difendere un territorio, si inverte il volante e si punta direttamente alla cabina di comando (il Parlamento) per speronarlo dall’interno. Non per occupare poltrone, ma per portare dentro le istituzioni le voci di chi ha lottato fuori: attiviste, militanti, corpi che hanno preso manganellate per difendere il bene comune.
È una tensione che abbiamo già incontrato nei Cerchi, quando abbiamo discusso di compromissione e radicalità: quanto ci si può avvicinare alle istituzioni senza diventarne parte compromessa? Il Partito Capibara propone che la risposta non stia nella purezza del fuori, ma nella velocità e nella chiarezza dell’attacco.
Ci sembra che qualcosa si connetta. La città che cura, il diritto a uno spazio in cui la vita non sia organizzata intorno alla produttività/mercificazione, l’affetto come pratica politica, l’iperstizione come metodo per rendere pensabile ciò che sembra impossibile, il partito come leva e non come prigione. Ma le domande rimangono aperte:
Il cute come tattica politica funziona anche fuori dalle culture digitali in cui è nato? La mammiferanza è una politica della cura o una sua versione individualizzata? Il partito-flottilla può restare strumento del movimento o è destinato, come ogni partito, a diventare struttura che lo assorbe? E soprattutto: cosa succede quando un’idea che non ha mai trovato corpo politico incontra un contesto, quello italiano, quello europeo, quello dei movimenti, in cui i corpi politici tradizionali sono largamente screditati?
Il terzo Cerchio della Venere prova a ragionare su tutto questo, insieme.
Approfondimenti:
- Restituzione Primo Cerchio 15 Febbraio 2026
- Restituzione Secondo Cerchio 15 Marzo 2026
- Mark Fisher, Realismo Capitalista, Nero Editions
- Xenowiki — Una rivoluzione soffice. Capire il Cute Accelerationism
- Xenowiki — Il Partito Capibara: un piano folle per il futuro
- Amy Ireland, Maya B. Kronic, Cute Accelerationism, Urbanomic, 2024
- l’Espresso – Oltre Peter Thiel c’è dell’altro