Grazie a tutte e tutti per il tempo che abbiamo scelto di prenderci insieme.
In una fase in cui il tempo è frammentato, accelerato, monetizzato, fermarsi per riflettere insieme è già un gesto politico. Il Cerchio nasce prima di tutto come strumento di ascolto, poi come laboratorio politico generativo. Per questo, nella restituzione, partiamo sempre dalle parole pronunciate. Raccogliere frasi e parole non è un esercizio formale: è memoria collettiva. È un modo per dare valore a ciò che è accaduto.
Il tempo che ci prendiamo per rimemorare è parte della pratica. I Cerchi sono anche rituali: forme umane di stare insieme, creare relazione, attraversare differenze, generare comunanza senza annullare il conflitto. Il laboratorio politico generativo è anche la costruzione di una mappa condivisa per orientarci insieme. Per tenere insieme pezzi di discorso dispersi, elaborare pratiche e linguaggi in cui riconoscerci, dare senso e direzione alle lotte della città sommersa. </p>
La città è il campo in cui ci muoviamo. È lì che si manifesta la tensione tra uso comunitario e proprietà, tra diritto alla città e rendita, tra cura e ordine pubblico. Il percorso della Venere, dal suo risveglio il 29 marzo 2025, è parte di questo ciclo: un attraversamento fatto di tappe, uscite pubbliche, metamorfosi simboliche e pratiche. La Venere Biomeccanica alta cinque metri di ferro e lamiere, tubi innocenti e vetroresina si è trasformata in bruca accogliente con il suo volto oracolare e trasportata in corteo, diventata poi gesto serigrafico collettivo, immagine moltiplicata. Non un’icona da fissare, ma una forma che si trasforma.
Il secondo cerchio in Polveriera che si è tenuto domenica 15 marzo, ha portato con sé la memoria del primo. Abbiamo riflettuto a partire da un’idea nata durante il Carnevale in Polveriera: l’Utopia della città che Cura. Non un concetto astratto arrivato dall’esterno, ma una pratica già in atto: uno spazio autogestito nel cuore di Firenze, reso attraversabile durante quei quattro giorni da persone che da quel centro sono state progressivamente espulse. I fiorentini stessi, gli studenti, chi non può più permettersi di abitarlo. La prima restituzione portava già questa traccia:
“L’arrivo alla Polveriera mi ha fatto rivedere il centro da un’altra prospettiva.”
“Negli ultimi anni mi sono sentita anche un po’ espulsa.”
“È stata un’occasione per riattraversarlo lentamente, a piedi, osservare le relazioni.”
Dal primo cerchio abbiamo riportato tre assi di lavoro ancora attivi: il concetto di improprietà ovvero lo spostamento dell’attenzione dal titolo di proprietà alla funzione d’uso; la Polveriera come caso specifico di regime improprietario messo alla prova; l’arte e la relazione come pratiche di riappropriazione dello spazio pubblico.
Su questo terreno il secondo cerchio ha camminato con una domanda precisa: se dovessimo investire energie nei prossimi mesi per costruire una narrazione alternativa alla città vetrina, dove servirebbero di più?
Nota metodologica
Il Cerchio è un incontro pubblico e viene sempre registrato. Non per archiviarlo come atto formale, ma per poterlo riascoltare e trascrivere, rielaborare e restituire con precisione. La registrazione è parte della cura del processo: è il modo in cui la Venere si assume la responsabilità di non disperdere ciò che viene detto e di trasformare l’ascolto in memoria condivisa.
Le frasi riportate tra virgolette sono tratte testualmente dagli interventi. Le formulazioni senza virgolette sono condensazioni fedeli del senso espresso, rielaborate per rendere leggibile e coerente il discorso collettivo. Nessun intervento è attribuito a chi lo ha pronunciato: nel cerchio la parola circola e diventa patrimonio comune.
I nuclei tematici individuati
Dalla sbobinatura del cerchio sono emersi nove nuclei tematici. Non sono separati, si sono intrecciati continuamente. Li presentiamo come fili distinti per non disperdere ciò che è emerso, non per costruire una gerarchia tra i temi. Alcuni hanno trovato direzioni chiare, altri sono rimasti aperti come domande che meritano di continuare a lavorare. Tutti e tutte fanno parte del processo.
- Isola vs recinto
- Narrazione pubblica e linguaggi
- Il fare come linguaggio
- Accessibilità e pluralità
- Occupazione e improprietà
- Compromissione e radicalità
- Intelligenza artificiale
- Cura dello spazio fisico
- Utopia e apocalisse
1. Isola vs recinto
La tensione più ricorrente del cerchio. Lo spazio occupato come isola in un contesto ostile è necessario: è il luogo dove si elabora, si respira, si costruisce. Ma se smette di raccontarsi, se smette di lasciarsi attraversare, diventa recinto. E il recinto non cambia niente.
Questa immagine ha avuto già radici nel primo cerchio:
“L’identità è una risorsa, ma anche un limite.”
“Nei processi di convergenza le identità troppo solide si frantumano.”
Nel secondo cerchio quella tensione ha trovato una forma più precisa:
“Un’isola non deve diventare un recinto: se diventa autoreferenziale perde la sua funzione politica.”
“La differenza tra isola e recinto è questa: il recinto esclude, l’isola si racconta e permette avvicinamento.”
“Lo spazio non è neutro: attraversarlo è già una rottura politica.”
Più voci hanno insistito: la Polveriera deve essere ancorata ma non confinata, situata ma non identitaria. La tensione è rimasta aperta: non c’è soluzione, c’è una pratica continua di calibrazione.
2. Narrazione pubblica e linguaggi
Come uscire dalla bolla senza perdere complessità? Il cerchio ha esplorato molte direzioni: documentario sul Carnevale, attacchinaggi, porta a porta, guerrilla projection, azioni di terrorismo poetico ispirate a Hakim Bey, piccoli prompt urbani situazionisti.
Un punto di convergenza è emerso con chiarezza:
“Cresciamo più per attrazione che per propaganda.”
“Con cinquecento discorsi puoi convincere le persone, ma le smuovi davvero attraverso un’emozione.”
Ma si tratta di un’emozione non spettacolare:
“Nel momento in cui ti affezioni a qualcosa, quell’emozione innesca la cura. Non è l’emozione spettacolare, ma quella intima, che ti lega al luogo e alle persone.”
Sul linguaggio è rimasta aperta una tensione difficile:
“Se parliamo di linguaggio, dobbiamo essere un po’ più ambiziosi. Inventare parole nostre.”
“Se inventiamo parole nostre, dobbiamo confrontarci con un mondo che parla un altro linguaggio.”
Ed è emerso un rischio interno ai movimenti stessi, quello dei feticci:
“L’occupazione è una pratica legittima e giusta, ma può diventare un feticcio. Quando ci si fossilizza sui simboli invece che innovare i linguaggi. Bisogna stare attenti a non produrre una ‘cacofonia narrativa’ che limita le possibilità.”
“Anche il détournement può diventare un feticcio se non è pratica reale.”
3. Il fare come linguaggio
Il fare non è il contrario del pensiero politico. È la sua forma più concreta e più comunicabile. Le pratiche hanno prodotto il linguaggio, non il contrario.
“Raccontare il fare di un luogo è un buon modo per ritrovare un linguaggio.”
“Partire da cosa facciamo: cuciniamo insieme, tagliamo le verdure, curiamo lo spazio.”
“Nel processo c’è la politica.”
La città che cura non si annuncia, si mostra. Si è resa visibile attraverso pratiche che hanno parlato da sole.
“Forse i due anziani che sono entrati nel chiostro non lo hanno fatto perché era esteticamente bello, ma perché stava succedendo qualcosa. Come durante il Carnevale: si è vista la differenza.”
Da questa consapevolezza è nata una proposta concreta: un documentario che racconti il processo anche nel suo dietro le quinte.
“È quello che è successo con il video del Carnevale: si è lanciata una chiamata, sono arrivate persone, si sono creati tasselli.”
Raccontare il processo, non solo il risultato, è già un atto politico.
4. Accessibilità e pluralità
Nessuno spazio può contenere tutti i bisogni. E forse non deve. La domanda non è come diventare universali, ma come essere generativi: capaci di ispirare altre realtà a costruire i propri spazi, moltiplicare le possibilità invece di centralizzarle.
“Non è possibile fare un posto per tutte. Ma è possibile aiutare tutte a fare il loro posto.”
Il problema dell’accessibilità non è stato solo estetico: è stato di riconoscimento. Le persone non si sono avvicinate perché non hanno visto sé stesse nelle pratiche.
“Interrogarci su cosa fa paura di questo posto.”
“Il sollievo è fondamentale: è ciò che fa restare una persona.”
C’è anche un nodo strutturale emerso con chiarezza: siamo abituati a una socialità che si paga, che è un servizio. E questo attraversa anche la Polveriera.
“Se vogliamo costruire una socialità diversa: non basta offrire qualcosa, serve che le persone partecipino alla costruzione. Altrimenti si rischia di cadere nell’assistenzialismo.”
Il gioco è stato proposto come strumento trasversale: non ha bisogno di linguaggio comune, avvicina persone diverse. E un’immagine concreta è rimasta:
“Uno spazio che accoglie i bambini è uno spazio che può accogliere chiunque.”
Chi si è sentito legittimato ad entrare, a prendere parola, a occupare spazio fisico e simbolico? È emerso nel cerchio con chiarezza:
“Un altro tema è il patriarcato. Sto frequentando un gruppo di confronto e lavoriamo molto tra uomini su queste dinamiche. È interessante perché anche chi si pensa fuori da certe logiche in realtà ne è dentro. E tra i giovani si vede anche una tendenza a tornare indietro. Quindi coinvolgerli è fondamentale, anche se non è chiaro ancora come.”
Una domanda aperta, che il cerchio ha nominato.
5. Occupazione e improprietà
Una coppia antitetica aperta e non risolta, nominata come l’elefante nella stanza che potrebbe tornare:
“A me viene istintivamente da pensare che un’improprietà non si può occupare: si può occupare una proprietà. Un’improprietà la si può attraversare.”
Come si sono collocate queste due logiche? L’occupazione come stazione intermedia verso l’improprietà? O come pratiche in tensione irriducibile? La questione è rimasta aperta — non come lacuna, ma come domanda che merita di continuare a lavorare.
6. Compromissione e radicalità
Una delle tensioni più vive del cerchio: usare strumenti e forme comunicative del sistema per raggiungere chi non ti ascolta ancora, oppure restare fedeli a linguaggi propri rischiando l’autoreferenzialità?
“È buffo: c’è una frase che mi guida quando devo pensare qualcosa, ed è una frase di una tipa fighissima, un’antropologa che si chiama Marilyn Strathern. Lei riassume in una frase tutta la filosofia degli ultimi settant’anni: ‘Bisogna sempre capire con quali idee si pensano altre idee.'”
Non esiste uno sguardo neutro su questa tensione. Chi considera certi linguaggi irricevibili e chi invece preme sull’urgenza di comunicare guardano la stessa cosa con idee diverse. Il caso Zerocalcare è stato portato come esempio discusso: ha accettato una certa contaminazione comunicativa per raggiungere pubblici nuovi, trattando prima temi trasversali per poi spostarsi su contenuti più esplicitamente politici. Per alcuni una svendita, per altri un percorso.
“Io alla fine penso che, se noi siamo qui, è perché non vogliamo rimanere in cinque o dieci, né crogiolarci nella soddisfazione di essere eticamente dalla parte giusta della storia.”
La tensione non si è risolta. Ma la direzione è stata chiara: si tratta di fare un percorso con persone che ancora non ci sono, non di trovare la purezza del linguaggio giusto.
7. Intelligenza artificiale
Il dibattito più acceso del cerchio. Sono emerse posizioni molto diverse, tutte presenti.
Chi l’ha vista come strumento da riappropriare criticamente:
“È già usata nella propaganda. Dobbiamo imparare a usarla.”
“L’uso libero è individualistico. Creare un momento in cui si prompta collettivamente e si producono cose collettivamente può stare.”
Chi l’ha rifiutata come infrastruttura dell’avversario:
“È uno strumento che poggia su un’infrastruttura che è nelle mani del nostro avversario. Qualsiasi uso, anche antagonista, finisce per alimentare quel sistema.”
“Se un posto è occupato, lo è anche negli spazi digitali, non solo in quelli fisici.”
Chi ha proposto di ricominciare dal linguaggio:
“Abbiamo deciso che non la chiameremo nemmeno ‘intelligenza artificiale’. Perché non c’è niente di intelligente in quella cosa.”
Un punto di sintesi minimo è emerso: vale la pena studiarla e discuterne, ma senza illusioni di neutralità, e con l’arroganza positiva di chi vuole inventare linguaggi propri.
8. Cura dello spazio fisico
Una proposta concreta e politica insieme: entro tre mesi, rendere il chiostro della Polveriera bellissimo. Non come operazione estetica, ma come pratica di cura collettiva che genera relazioni e nuove connessioni.
“La mancanza di cura influisce sullo stato d’animo delle persone.”
“La cura è anche difesa politica dello spazio.”
“Forse i due anziani che sono entrati nel chiostro non lo hanno fatto perché era esteticamente bello, ma perché stava succedendo qualcosa.”
Non è stata l’estetica ad attrarre, ma la presenza viva: la cura dello spazio è il modo in cui quella presenza si rende visibile anche quando non sta succedendo niente di eccezionale.
9. Utopia e apocalisse
Una coppia emersa nel cerchio con forza. Non come opposti distanti, ma come condizioni che si toccano:
“Utopia della città che cura vs apocalisse. Per me suscitano sensazioni simili. La differenza è che l’apocalisse c’è già. L’utopia non ancora.”
L’apocalisse non è un futuro da scongiurare, è il presente che abitiamo. La città mercificata, gli spazi espulsi, le relazioni mediate dal consumo. L’utopia invece richiede di essere costruita, pezzo per pezzo, con pratiche reali e presenza viva.
“L’utopia si costruisce con la presenza.”
“La città che cura può essere una rete diffusa. Esperienze come Trieste con Basaglia mostrano questo modello.”
Non è un orizzonte lontano. È già in atto, in forma embrionale, nei luoghi che resistono alla logica della rendita. Il compito è renderla visibile, riconoscibile, contagiosa.
“State già mettendo in pratica quello che state teorizzando. Siete isole, ma isole che dialogano. E questo, di fatto, è già il processo della città che cura.”
Verso il terzo cerchio
Il cerchio ha prodotto alcune linee di lavoro concrete:
— Un documentario sul Carnevale con focus sul processo politico e le pratiche che lo hanno generato
— Una mappatura delle isole accoglienti del centro: luoghi che già oggi producono cura, relazione, accesso. Un esempio: “In via Santa Reparata, oltre alla Polveriera, c’è anche il Recovery Plan. Nel giro di 50 metri ci sono due spazi che lavorano sulle conseguenze dell’imperialismo e del colonialismo — e questa cosa non è scontata, né conosciuta.”
— Azioni di presenza nel quartiere: porta a porta, attacchinaggi con domande, ascolto diretto. Con la memoria di pratiche che hanno già funzionato. “Un esempio: il mercatino contadino del 2014. Quando c’era, il quartiere partecipava molto di più. Ora quella connessione si è un po’ persa.”
“Durante una deriva con cartografia siamo arrivati qui e si parlava del fatto che Sant’Orsola è stata mediata rispetto al pubblico, mentre Polveriera no perché più conflittuale.”
— Un gruppo di progettazione degli spazi, inclusi quelli di Sant’Apollonia, con il dialogo istituzionale in corso. “Le istituzioni regionali hanno proposto la possibilità di utilizzare altri spazi nel complesso, in particolare il piano terra, sotto la mensa, spazi non coinvolti nei lavori. Al momento non c’è ancora una data per il sopralluogo, ma l’assessora regionale ha confermato che è in corso il dialogo.”
— Il terzo cerchio in Polveriera, in programma intorno a metà aprile, ci porterà ad indagare insieme una teoria politica che parla di cura come forza eversiva. Che dice: la tenerezza non è debolezza, è un vettore di infiltrazione. Si chiama “cute accelerationism”.
«We do not yet know what cute can do.». Contiamo di fare un approfondimento qui sul sito di VeneraLA per prepararci insieme al nostro rituale di pensiero mensile.
“Dalla riflessione alla pratica: costruire una città che cura attraverso relazioni, spazi e linguaggi nuovi.”