Improprietà.

Riflessioni intorno a La Polveriera Spazio Comune
Prime riflessioni a partire dalla call aperta e pubblica per costruire insieme il concetto di improprietà, lanciata dal Leoncavallo a dicembre 2025.

Interveniamo in questa call a partire da una situazione concreta, attraversata da conflitti reali, pratiche collettive e decisioni aperte.
Viviamo una fase in cui il diritto di proprietà viene riaffermato come principio ordinatore dello spazio urbano, mentre pratiche di uso collettivo che hanno prodotto valore sociale vengono rimosse o soffocate/ricondotte a funzione amministrata.
In questo contesto, improprietà è una necessità politica.

Come rete veneraLa dall’anno scorso lavoriamo su dispositivi di parola e di immaginazione collettiva, che abbiamo chiamato i Cerchi della Venere. I cerchi della Venere sono l’esito di un incontro intergenerazionale avvenuto intorno ad una statua ed opera d’arte collettiva: la Venere Biomeccanica.

Concepita nel 2003 come l’esito di un’odissea per lo spazio, dentro e contro le mutazioni urbane emergenti a cavallo del millenio, oggi è stata richiamata al presente per compiere un nuovo viaggio e far emergere la città sommersa, negata, riprendendo la sua odissea. E’ intorno alla memoria, al simbolo, al mito, ai corpi e alle pratiche che essa incarna che si aprono i cerchi che essa accoglie, cerchi che sono spazi in cui conflitto, cura, relazione, desiderio e responsabilità condivisa diventano laboratori politico-generativi, tenuti insieme per orientare l’azione e allargare la rete.

In questo lungo viaggio della Venere, abbiamo attraversato una varietà di luoghi intorno a Firenze e non solo, luoghi della città sommersa, che la Venere giunge a La Polveriera Spazio Comune. Autogestione attraversata dal 2014 da un uso collettivo improprietario e oggi sottoposta a sgombero a causa delle necessità di ristrutturazione da parte della proprietà, ovvero la Regione Toscana.
È da questa esperienza, dopo questi mesi di viaggio, che prendiamo parola oggi.
Il testo che segue è una riflessione e una traccia di lavoro: un intreccio tra analisi politica, racconto situato e proposta di metodo.

Nota di lettura sul concetto di improprietà

Nel testo proposto dalla comunità del Leoncavallo riconosciamo un passaggio politico rilevante: lo spostamento dell’attenzione dal titolo di proprietà alla funzione d’uso, dalla titolarità alla fruizione, dalla legalità formale alla legittimità sociale.
In tale ambito, improprietà emerge come concetto capace di separare il proprio dalla proprietà e di rimettere al centro l’uso collettivo come criterio politico.

Allo stesso tempo, questa prima formulazione mostra alcuni nodi che riteniamo importanti da sciogliere; in particolare, il rischio che l’improprietà resti ancorata a un piano prevalentemente giuridico–concettuale, quando la sua forza risiede invece nella capacità di produrre consuetudini vive, pratiche riconoscibili e metodi condivisi. È nella durata delle pratiche, nell’attraversamento dei conflitti, nei processi di decisione collettiva che l’improprietà prende corpo e diventa difendibile.
Per questo riteniamo centrale affiancare alla definizione dell’improprietà un lavoro sui dispositivi che la rendono praticabile: forme assembleari, uso collettivo dello spazio, responsabilità condivisa, produzione di immaginario e chiarezza politica. È su questo terreno che intendiamo portare il nostro contributo.

La Polveriera: improprietà messa alla prova

La Polveriera Spazio Comune si trova nel Plesso di Sant’Apollonia, per anni uno spazio governato dall’uso collettivo. Nato come convento femminile nel 1300, diviene proprietà del Demanio nella seconda metà dell’800 (per lo scioglimento dell’ordine religioso), e dal 2019 passa alla Regione Toscana.
Nel Plesso di Sant’Apollonia, a partire dai tumultuosi anni ’60, si sono consumate molte battaglie sociali per un diritto allo studio sempre più inclusivo e per una politica sempre più rispondente alle reali necessità della popolazione studentesca e cittadina. Basti pensare alle esperienze della mensa e della stamperia autogestite.
Inoltre, tra il 1967 e il 1974, studentesse e studenti greci, iraniani e spagnoli presidiavano il plesso e manifestavano animatamente per denunciare i regimi autoritari che attanagliavano i rispettivi paesi d’origine (ancora oggi sono visibili simboli e frasi sui muri che perimetrano il chiostro risalenti proprio a quel periodo).
Insomma, il Plesso di Sant’Apollonia è stato uno spazio con attività universitarie, aperto, attraversato, comunitario. Uno spazio vissuto quotidianamente, in cui mangiare, incontrarsi, organizzare assemblee e momenti di confronto faceva parte della vita universitaria diffusa nel centro della città.
Questo equilibrio si è progressivamente incrinato a partire dalla seconda metà degli anni ’90 – e soprattutto nel primo decennio degli anni Duemila -, quando lo spostamento delle principali sedi universitarie fuori dal centro storico ha ridotto drasticamente la presenza studentesca nella quotidianità del centro urbano. Il trasferimento delle Scienze Sociali a Novoli, del Polo Scientifico a Sesto Fiorentino e di altre sedi a Calenzano, ha prodotto uno svuotamento silenzioso: meno studentx in circolazione, meno vita ordinaria, più spazio per processi di valorizzazione dall’alto e per la pressione speculativa sui complessi pubblici e privati.

È dentro questo quadro che prende forma l’esperienza de La Polveriera Spazio Comune: come pratica di resistenza e di riattivazione dell’uso, capace di restituire al complesso una funzione collettiva e di riannodare Sant’Apollonia alla città vissuta e sommersa, in continuità con una storia di apertura e di uso comunitario che precede di molto le trasformazioni recenti. In questo senso La Polveriera è l’espressione dell’autorganizzazione e autogestione politicizzata studentesca, cittadina e intersezionale.

La proprietà regionale è rimasta formalmente in capo all’ente, mentre la funzione dello spazio è stata definita dall’autogestione, dalla produzione di sapere, dalla cura e dalle relazioni sociali.

In questo scarto tra titolo e funzione si è prodotto un regime improprietario.

L’accesso è stato aperto.
La destinazione è stata sociale.
La valorizzazione è avvenuta fuori dalle logiche di rendita.
La fase attuale di sgombero e ristrutturazione rende visibile la fragilità di questo equilibrio. L’improprietà emerge come campo di tensione tra uso collettivo e potere istituzionale, tra valore sociale prodotto e riattivazione del comando proprietario.
La Polveriera non è un modello pacificato. È un caso aperto.
Proprio per questo costituisce un punto di osservazione avanzato per interrogare l’improprietà come regime praticabile nello spazio urbano.

Improprietà come processo collettivo

La situazione de La Polveriera mostra che l’improprietà è un processo che attraversa conflitto, negoziazione e decisione condivisa.
Nei passaggi di confronto con le istituzioni emerge spesso un meccanismo ricorrente: la richiesta di trasformare soggetti informali e orizzontali in soggetti giuridici formalizzati e verticistici.
Per poi eventualmente andare a concessione.
La normalizzazione istituzionale agisce come dispositivo di selezione e controllo, trasforma pratiche collettive in soggetti riconoscibili e governabili, tutelando di fatto il regime proprietario e producendo spesso frammentazione all’interno dei movimenti.
Questo meccanismo opera in modo formalmente dialogico ma sostanzialmente repressivo: riduce la complessità delle pratiche, individualizza la responsabilità e indebolisce la forza politica dell’agire comune.
L’improprietà prende forma quando una comunità costruisce orientamenti condivisi sull’uso di uno spazio, sui suoi limiti, sulle sue possibilità e sui passi da compiere.

I Cerchi della Venere come laboratorio di improprietà 

È in questa direzione che proponiamo di portare il tema dell’improprietà all’interno dei Cerchi della Venere, come laboratorio politico aperto e replicabile.
I Cerchi sono un dispositivo collettivo costruito nel tempo per far emergere linguaggi, criteri e immaginari condivisi, mettendo in relazione esperienze diverse e producendo orientamento.
Nei Cerchi, la parola è uso comune.
Il sapere circola.
Le differenze convivono senza essere neutralizzate.
I Cerchi producono consuetudini di ascolto, decisione e responsabilità condivisa. In questo senso sono già una pratica improprietaria.
Laddove la proprietà chiede rappresentanti, firme e gerarchie, l’improprietà afferma uso, responsabilità collettiva e decisione condivisa.

Il concetto di improprietà consente di nominare e legittimare forme di organizzazione che non passano attraverso la personalizzazione giuridica, ma attraverso l’uso collettivo, la responsabilità condivisa e la decisione orizzontale.
L’improprietà che stiamo attraversando rimanda a una tradizione giuridica e politica più profonda, che nel testo del Leoncavallo viene nominata come Res Communia: ciò che non è appropriabile perché destinato all’uso condiviso.
In questa prospettiva, lo spazio, il sapere e le pratiche collettive non diventano comuni perché riconosciuti dall’alto, ma perché agiti, custoditi e difesi nel tempo.

È in questo senso che improprietà, assemblea e uso collettivo tornano a coincidere.

L’articolo 18 della Costituzione riconosce il diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione e senza vincoli di forma. L’assemblea orizzontale rientra pienamente in questo quadro ed è già, di fatto, una forma legittima di organizzazione politica.
L’esperienza degli usi civici e collettivi urbani di Napoli si fonda su una lettura sostanziale della Costituzione, che intreccia i principi di solidarietà e uguaglianza (art . 2 e 3), la libertà di associazione senza autorizzazione né vincoli di forma (art. 18) e la funzione sociale della proprietà (art. 42), mostrando come l’uso collettivo possa costituire un criterio politico e giuridico legittimo, anche in assenza di titolarità proprietaria.

Portare il concetto di improprietà dentro i Cerchi significa allora fare un passo ulteriore:
– interrogare collettivamente quando un uso diventa legittimo;
– quando una pratica può pretendere riconoscimento;
– quando una comunità può rivendicare un diritto che eccede la proprietà.

L’obiettivo è costruire una grammatica comune: criteri, domande, vincoli d’uso e principi capaci di sostenere le lotte sull’abitare, sugli spazi sociali, sui saperi e sui dati.

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