Il terzo cerchio l’abbiamo fatto con la Venere.
Non come metafora: la Venere Biomeccanica è arrivata fisicamente, la sera prima, ed era lì, alta cinque metri, di ferro e lamiere, gravida, al centro del chiostro di Santa Apollonia. Aveva percorso Firenze per un anno: dall’ex MeccanoTessile al Cecco Rivolta per approdare poi al presidio di GKN, ripartire per Mondeggi Bene Comune, sfilare per la Wish Parade, ritornare al Cecco, approdare al Lumen, e infine arrivare in Polveriera. Un anno di insorgenze gioiose e convergenze attraverso la città sommersa.
Il 19 aprile era anche luna nuova. Era il Bicycle Day, anniversario della scoperta dell’LSD. Era, secondo alcuni presenti, un momento esotericamente denso. Lo diciamo senza ironia: la dimensione simbolica e quella materiale convivono in questo processo, e a volte coincidono.
Il cerchio si è tenuto in semicerchio intorno alla scultura. Erano presenti persone di Firenze, ma anche da Padova, Verona, Torino, Milano. Non solo frequentatori abituali della Polveriera: c’erano facce nuove, corpi arrivati da fuori, portatori di pratiche e immaginari altri. Questo era già, in sé, qualcosa di diverso rispetto ai cerchi precedenti.
“Non siamo più nella nostra bolla.”
Nei due cerchi precedenti avevamo elaborato l’utopia della città che cura, il concetto di improprietà, la tensione tra isola e recinto, il fare come linguaggio, la narrazione e la dimensione pubblica. Avevamo detto che avevamo bisogno di vedere le cose da fuori. Stavolta il fuori era entrato nel cerchio.
Nota metodologica
Il Cerchio è un incontro pubblico e viene sempre registrato. Non per archiviarlo come atto formale, ma per poterlo riascoltare e trascrivere, rielaborare e restituire con precisione. La registrazione è parte della cura del processo: è il modo in cui la Venere si assume la responsabilità di non disperdere ciò che viene detto e di trasformare l’ascolto in memoria condivisa.
Le frasi riportate tra virgolette sono tratte testualmente dagli interventi. Le formulazioni senza virgolette sono condensazioni fedeli del senso espresso, rielaborate per rendere leggibile e coerente il discorso collettivo. Nessun intervento è attribuito a chi lo ha pronunciato: nel cerchio la parola circola e diventa patrimonio comune.
Il campo del cerchio
L’introduzione ha nominato subito la posta in gioco: dopo mesi di riflessione astratta, “necessaria, per trovare un angolo dove pensare senza doverci preoccupare di tutte le questioni di gestione pratica”, il terzo cerchio voleva vedere le cose dalla pratica. Non abbandonare il pensiero, ma dargli un terreno.
“Sentivamo la necessità di iniziare a vedere delle prospettive pratiche in cui questa utopia della città che cura si può declinare effettivamente come tattica, strategia per cambiare l’esistente.”
A offrire quel terreno erano arrivate voci da fuori, da Padova, Verona, Torino, Milano, portatrici di un pensiero che si chiama accelerazionismo gratuitista: un progetto politico che parte dal Regno Unito degli anni Novanta, arriva in Italia attraverso i meme e Mark Fisher, e sviluppa una specificità tutta propria. Una teoria politica che parla di cura come forza eversiva. Che dice: la tenerezza non è debolezza, è un vettore di infiltrazione.
Quello che è accaduto nel cerchio non è stato una lezione. È stato un innesco.
I nuclei tematici
Dalla sbobinatura del cerchio sono emersi otto nuclei. Si sono intrecciati continuamente, si sono interrotti, si sono risposti a distanza. Li presentiamo come fili distinti per non disperderne la trama, non per costruire una gerarchia.
- Il realismo capitalista e la mancanza di futuro
- L’abbondanza e i tre modi per farla sparire
- Accelerazionismo: genealogia e specificità italiana
- L’iperstizione come pratica politica
- La proposta gratuitista
- Lavoro
- Cura, mammiferanza e intersezionalità
- Insorgenza, decrescita, scala
1. Il realismo capitalista e la mancanza di futuro
Il cerchio è partito da una diagnosi condivisa: l’inquietudine collettiva come condizione del nostro tempo. Non come disposizione psicologica individuale, ma come struttura del presente.
La frase che ha aperto il campo viene da Mark Fisher, ma Fisher l’aveva presa da Žižek e Jameson:
“È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.”
Nel cerchio ha risuonato come una verità fisica, non come citazione. L’apocalisse, lo sconforto, la depressione come condizioni interiorizzate. Anche in chi lotta. Soprattutto in chi lotta.
“Anche noi a sinistra, nella sinistra militante, radicale, ci portiamo sempre sul groppone questa mancanza di futuri.”
Il problema non è la mancanza di analisi. Il problema è la mancanza di sogno. Non sogno nel senso vago e consolatorio, ma come forza motrice:
“Il problema fondamentale della nostra epoca è che abbiamo dimenticato la principale forza motrice di qualsiasi rivoluzione: un sogno mobilitante, un sogno che ci accenda il desiderio di fare politica, che ci faccia scendere in strada.”
La sinistra, dice Fisher, sa bene cosa non vuole. Non sa cosa vuole. E questa asimmetria la condanna alla posizione resistenziale: sempre a dire di no, sempre a difendere, sempre a reagire. Il capitalismo dice sì, noi diciamo no. E quando vinciamo, vinciamo difendendo lo status quo.
Margaret Thatcher aveva un nome per questo: There is no alternative. È entrato così in profondità che lo abbiamo fatto nostro. È ciò che Fisher chiama realismo capitalista: il capitalismo non come sistema economico tra altri possibili, ma come atmosfera che pervade tutto il reale, dentro cui anche le rivendicazioni minime, una pensione dignitosa, una riduzione oraria, un salario decente, appaiono irrealistiche.
“Noi combattiamo consapevoli, introiettando quella grande e importante frase di Thatcher: there is no alternative.”
2. L’abbondanza e i tre modi per farla sparire
Qui il discorso ha spiazzato, come deve fare un buon pensiero.
Viviamo nella società più abbondante mai costruita. Eppure facciamo fatica a rivendicare anche le cose più piccole. Come è possibile?
La risposta viene dal teorico Steven Shaviro, attraverso quello che viene chiamato il paradosso accelerazionista dell’abbondanza: il capitalismo produce un’abbondanza sconfinata, ma non può sopportarla, perché l’abbondanza è la base materiale della libertà, e la scarsità è la base materiale del dominio. Quindi interviene per trasformare artificialmente questa abbondanza in scarsità.
Lo fa in tre modi.
Il primo è la disuguaglianza economica: in Italia ci sono 77 milioni di immobili per 52 milioni di maggiorenni. Impieghiamo il 70% dei terreni coltivabili del pianeta per sfamare gli 80 miliardi di animali che poi mangiamo, e di tutto questo cibo un terzo viene buttato. L’abbondanza esiste, è reale, è misurabile. Ma è concentrata in pochissime mani.
“Davvero è così difficile immaginare una società dove la casa è distribuita in modo tale da essere garantita e da affrancarci dal gioco di doverla pagare?”
Il secondo è la proprietà intellettuale: la conoscenza, che per natura è copia e incolla, viene resa proprietaria attraverso brevetti e copyright. Il telefono non si può riparare perché gli elementi sono saldati. Il software operativo è chiuso. La tecnologia che usiamo non è nostra.
“Il free open source diventa questo elemento che in qualche modo apre un’alternativa rispetto a questa scarsità artificiale.”
Il terzo, attualissimo, è la guerra: distruzione sistematica di abbondanza, costruzione artificiale di scarsità, riproduzione del dominio attraverso l’emergenza permanente. La guerra non è un’anomalia del sistema; è uno dei suoi strumenti ordinari.
Il punto non è negare l’abbondanza esistente, ma smettere di credere che la scarsità sia naturale. La scarsità è una politica. E il ritardo con cui lo riconosciamo è anch’esso una misura:
“Siamo nel 2026, abbiamo raggiunto la condizione della post-scarsità da 50 anni. Le rivendicazioni che oggi stiamo sentendo qui potevano essere benissimo valide negli anni 70.”
3. Accelerazionismo: genealogia e specificità italiana
Capire da dove viene un’idea serve a capire cosa può fare.
Tutto comincia a Warwick, negli anni Novanta. Dal 1995 al 1999, gli anni di internet, dei computer, della cibernetica come novità, un gruppo di ricerca universitario decide di occuparsi in modo non convenzionale di come la tecnologia potrebbe trasformare il futuro. Si chiama CCRU, Cybernetic Culture Research Unit. Ne fanno parte Nick Land, Mark Fisher, Sadie Plant, Ray Brassier, Kodwo Eshun, tra gli altri. Un gruppo atipico: musica techno, rave culture, riferimenti esoterici, sostanze di vario tipo. Fanno anche rituali molto particolari. Vengono cacciati dall’università. Sulla porta della loro stanza rimane ancora oggi una targhetta:
“La CCRU non è mai esistita, non esiste, non esisterà mai.”
È un gruppo prolifico, fortunato, che produce un’avanguardia politica e filosofica da cui nascono diverse correnti. La prima è l’accelerazionismo di destra, che prende da Nick Land, membro fondatore della CCRU, e nel 2012 trova una formulazione esplicita nel Manifesto per il Nuovo Illuminismo Oscuro. Diventa riferimento filosofico per l’alt-right trumpiana. Oggi Steve Bannon, Elon Musk, Peter Thiel e Donald Trump si definiscono ufficialmente accelerazionisti di destra e si comportano da tali: vogliono rompere lo status quo in una direzione tecnocratica, fascista, suprematista. Sono al potere negli Stati Uniti. Queste sono le uniche parole che concederemo loro.
La seconda corrente è l’accelerazionismo incondizionato, molto legato alla Chaos Magic e all’esoterismo; filosoficamente interessante, politicamente distante da questo percorso.
La terza è l’accelerazionismo di sinistra, che nasce come dibattito politico tra il 2008 e il 2013, nel contesto della crisi finanziaria e dei movimenti globali, Occupy Wall Street, l’Onda in Italia, che nonostante la loro potenza non sono riusciti a scalfire strutturalmente il capitalismo. Anzi: nella seconda metà degli anni Dieci il capitalismo si ristruttura e fioriscono i neofascismi, oggi al governo anche da noi.
“Com’è possibile che nonostante tutti i nostri sforzi alla fine non riusciamo a vincere? Perché nonostante tutta la nostra fatica non riusciamo a essere strutturalmente efficaci?”
Questa è la domanda che attraversa il dibattito accelerazionista di sinistra nel Regno Unito, un dibattito ancora oggi vivo e scoppiettante, che produce continuamente nuovi autori e autrici. Nel 2013 esce il Manifesto per una politica accelerazionista di Williams e Srnicek. Nel 2015 Inventare il futuro degli stessi autori: pretendi il reddito universale, pretendi la piena automazione, pretendi il futuro. Nel 2019 Aaron Bastani, direttore di Novara Media, molto attivo sulla questione palestinese, pubblica Fully Automated Luxury Communism: un immaginario di comunismo nuovo, che cerca di svecchiare automatismi e simboli consumati.
“Perché da quanto tempo sentiamo la rivendicazione della piena occupazione, eppure chi vorrebbe essere pienamente occupato dal lavoro?”
Al centro di tutto questo c’è Mark Fisher. Non il più tecnologico degli accelerazionisti, ma il più necessario. Fisher partecipava attivamente a questo dibattito, era protagonista in prima linea. Ma la sua specificità era altrove: apre un blog nel 2003, è un critico culturale, analizza i film, la scena rave, la musica techno, e rileva nel presente un’aridità culturale, una perdita di innovazione.
“Realismo Capitalista inizia con un riferimento a un film del 2006, The Children of Men, ambientato nel 2027, che racconta di un Regno Unito diventato una democrazia autoritaria, un po’ come gli Stati Uniti d’America oggi, dove il problema è che non nascono più figli. È una metafora di una società che nel momento in cui smette di generare cultura nuova finisce per marcire.”
Fisher si occupa profondamente della relazione tra depressione, salute mentale e capitalismo. È forse la persona che più di altre, in maniera pop, è riuscita a trasmettere la necessità di politicizzare la condizione di isolamento esistenziale, di concepirla non come sofferenza privata, ma come condizione di cui è responsabile il sistema.
“Nel momento in cui Mark Fisher si toglie la vita il 13 gennaio 2017, è come se la sua energia esotericamente venisse liberata e si propagasse oltre i confini nazionali.”
Dal 2018 in Italia viene tradotto tutto. E nasce anche un documentario su di lui, quello che verrà proiettato la sera stessa in Polveriera al termine del cerchio.
“Mark Fisher è una persona molto empatica, non è un saggista difficile, astratto, filosofico. È una persona che ti parla, di cui senti la sofferenza mentre lo leggi, e quindi ti crea questo legame empatico che veicola un certo paradigma della cura, non attraverso un ragionamento astratto, ma attraverso un sentire quotidiano.”
In Italia questo pensiero arriva in un modo tutto particolare, senza testi tradotti: Fully Automated Luxury Communism di Bastani non è tradotto, Shaviro non è tradotto, svariati libri non sono tradotti. Arriva attraverso i meme. Anni 2015-2016, pagine Facebook che cominciano a memeare l’immaginario accelerazionista senza che quasi nessuno sapesse da dove venisse. Un pensiero che arriva senza teoria, solo come sensibilità, come colore, come desiderio.
“L’unico modo con cui questo pensiero accelerazionista di sinistra arriva in Italia è con i meme.”
Tra le pagine nate in quel periodo, una è sopravvissuta a tutte le altre, le pagine di meme hanno vita breve di base, ed è ancora oggi attiva: Automatizzato Comunismo Memetico. Porta una sensibilità precisa: il desiderio di glitterare Mark Fisher, la rivendicazione di sentirsi una sinistra fucsia che mette al centro la salute mentale, la cura, la queerness.
“Arriva questo immaginario che infesta i meme della sinistra. In realtà poche persone sanno che stavano trasferendo questo immaginario dal Regno Unito all’Italia.”
Da questo incontro, l’immaginario accelerazionista dei meme e la sensibilità fisheriana dell’empatia politica, nasce una forma italiana propria: l’accelerazionismo gratuitista, o semplicemente il gratuitismo. Una parola strategica, che cerca di svecchiare simboli e comunicazione per riportare alle persone un sogno davvero appetibile, davvero desiderabile.
“Un tipo l’altro giorno a Torino mi ha detto: ‘Non conosco il gratuitismo, ma già mi piace.'”
Nel 2024, nel Regno Unito, nasce anche il cute accelerationism, fondato da Maya Cronick e Amy Ireland: la constatazione che il primo meme diventato virale su internet sono i gattini, che le sottoculture kawaii proliferano in un presente distopico, è letta come segno politico. La pulsione di cuteness che emerge è il segnale di un desiderio collettivo di cura che cerca forma.
“We do not yet know what cute can do.”
4. L’iperstizione come pratica politica
Un concetto che il cerchio ha ricevuto come chiave, come strumento concreto.
L’iperstizione è la profezia che si autoavvera. Non per magia, ma per diffusione. È come la superstizione, il gatto nero che attraversa la strada ti porta sfortuna, ma con una differenza fondamentale: la superstizione è una finzione in cui credi, l’iperstizione è una finzione in cui credi e che per il fatto stesso di essere creduta e di circolare agisce sulla realtà, si diffonde fino a diventare senso comune, e a quel punto si realizza.
“È un’idea così forte che si realizza per il semplice fatto di essere creduta e di circolare.”
Il senso comune è il pensiero non pensato. Quello che diamo per scontato senza averlo mai scelto: che sia normale lavorare per pagare tutto, che non ci sia alternativa, che la vita vada guadagnata, che avere bisogno di una casa sia in qualche modo una colpa. Il senso comune non è neutro; è il terreno su cui si regge il realismo capitalista. E può essere trasformato.
“Cosa succederebbe se un’idea così desiderabile, forte, cominciasse a circolare fino al punto che una persona depoliticizzata dicesse: ‘Io non sono né di destra né di sinistra, però secondo me il cibo dovrebbe essere gratis’?”
Il progetto politico del gratuitismo si fonda interamente su questo meccanismo: non conquistare il potere in senso tradizionale, ma trasformare il senso comune. Rendere desiderabile, plausibile, normale ciò che oggi appare impossibile. E la cosa straordinaria è che questo processo è già in atto: i raduni al parco a Milano, Torino, Bologna, le persone che si trovano dal niente e si dicono lo vogliamo realizzare, sono la prova che l’iperstizione funziona.
“È dieci anni che questa idea circola e adesso comincia a bucare. Comincia a bucare l’attenzione mainstream, comincia a intercettare sempre più persone.”
Un riferimento che è stato portato nel cerchio è Luther Blissett: un nome collettivo usato negli anni Novanta da centinaia di persone in tutta Europa per firmare azioni, testi, truffe ai media, performance. Un’identità fittizia condivisa che ha agito sulla realtà, che è circolata, che ha prodotto effetti reali. Il nome, preso da un calciatore giamaicano che giocò male al Milan, è diventato un personaggio moltiplicabile, anonimo, inafferrabile. Un’iperstizione riuscita: una finzione creduta così diffusamente da diventare reale.
“Un’idea così forte che bastava farla circolare, che esponenzialmente continuava a diffondersi, talmente desiderabile che chi vuoi che non fosse d’accordo. Quando un numero sufficientemente grande di persone comincia a credere che sia possibile, diventa possibile.”
“Noi siamo qua oggi perché l’iperstizione sta funzionando.”
5. La proposta gratuitista
Il gratuitismo non è solo un immaginario. È un programma. La differenza tra le due cose è quella che separa un sogno evocativo da un progetto politico concreto: non basta dire vogliamo la casa per tutti, bisogna scrivere il decreto attuativo.
“Non basta il principio del ‘vogliamo il diritto alla casa’. Cosa significa questo? Significa andare oltre a queste vocazioni e riuscire a delineare: ma come si fa una società in questo modo, come si distribuiscono le case, come si ridisegna il servizio sanitario nazionale, come si reinventano le relazioni?”
Da questo impulso nascono le reti di progettazione aperta: think tank che radunano persone tecniche per scrivere nei minimi dettagli le riforme del futuro. La patrimoniale con un tetto massimo di 6,66 milioni di patrimonio personale, un numero simbolico, giocabile memeticamente. La riforma sanitaria generale, scritta insieme a un ex direttore sanitario dopo anni di militanza nel settore. Il decreto attuativo per l’abolizione del carcere. Il piano nazionale per l’accessibilità universale. L’immaginazione come esercizio, e la progettazione come sua forma più alta.
La proposta si articola in tre pilastri.
Il primo è la riduzione della settimana lavorativa a 24 ore, distribuita su quattro giorni, sei ore al giorno, con un salario minimo di 15 euro netti l’ora, 1.560 euro al mese. Un salario minimo che sale al livello del salario medio, dimezzando quasi la settimana lavorativa. Una proposta che si applica gradualmente nel giro di tre-cinque anni, fondata su una riforma fiscale che rende il nuovo salario minimo non 30 euro lordi ma 15 euro netti, perché il salario minimo non avrà imposizione fiscale, si riscrive tutto.
“Una proposta libidinale, sexy, che accende il desiderio politico, che ti fa venire voglia di dedicarti alla politica perché è trasformativa della vita quotidiana.”
Il secondo pilastro è la gratuità dei sei bisogni fondamentali: casa, bollette, cibo, trasporti, salute, cultura. Le sei spese mensili per cui ogni mese dobbiamo lavorare. Le sei ragioni del ricatto.
“Perché noi andiamo a lavorare? Perché dobbiamo guadagnare i soldi che ci servono per pagare sei spese mensili.”
Ognuno di questi bisogni ha un progetto tecnico dedicato.
Il terzo pilastro è un reddito di base universale di 500 euro al mese, ancorato al tasso di sviluppo dell’automazione. Non come sostituto del salario, ma come base materiale di libertà.
Insieme: 24 ore di lavoro settimanale, 1.560 euro di salario minimo, 500 euro di reddito universale, sei bisogni fondamentali garantiti. Una vita in cui la domanda diventa concreta e spiazzante:
“Se io ho i sei bisogni fondamentali garantiti, mi sveglio e non devo correre. Non devo impazzire con l’ansia di dover guadagnare i soldi per stare dietro a tutto quello che dobbiamo pagare. Cosa servono i soldi?”
“Non te lo devi meritare. Non è colpa tua avere bisogno.”
Questa è la rottura filosofica del gratuitismo: la demercificazione della vita. Il capitalismo mette un prezzo a tutto, all’ambulanza, alla salute, al cibo, alla casa, alla città, persino a Venezia che adesso ha un biglietto d’ingresso. Il gratuitismo inverte questo meccanismo e ricostruisce un diritto che nel cerchio ha trovato un nome preciso: il diritto alla mammiferanza. Torneremo su questo.
Per diffondere questa proposta nel mondo, il movimento ha partorito uno strumento: il Partito Capibara.
Il nome non è casuale. In Argentina, durante il Covid, mentre i cinghiali invadevano Roma, un’orda di capibara ha invaso i recinti delle zone residenziali chiuse, le ville dei ricchi. I ricchi sono scappati impauriti. I capibara si sono messi a cillare nelle loro piscine.
“Il Capibara viene narrato romanticamente come questo animale pacifico, che va d’accordo anche con i coccodrilli. In realtà i capibara hanno tanti predatori, e il più pericoloso è l’essere umano, che li utilizza come meme, li mette in uno zoo, oppure li mangia. Il punto è che i capibara siamo noi: mammiferi che vorrebbero coccolarsi, giocare, dedicarsi alle proprie passioni, stare insieme in comunità. Ma non possono, perché sono in catene.”
Il Partito Capibara è un grande meme, un capibara di Troia: fa ridere, se ne parla, intercetta l’attenzione. Poi scopri che è tutto vero, progettato nei minimi dettagli. A non essere vero è il realismo capitalista.
Ha tre caratteristiche. È iperstizionale: il suo obiettivo fondamentale è diffondere un’idea così desiderabile da realizzarsi da sola. È tecnico: usa le reti di progettazione aperta per scrivere nei minimi dettagli ogni riforma, ogni decreto, ogni proposta. E adotta la strategia della flottiglia.
La flottiglia è una pratica di attacco, non di difesa. La flottiglia non è la barchetta che blocca Israele; è il tragitto che risveglia le coscienze del popolo che scende in strada e blocca tutto.
“Mentre noi siamo sempre in difesa, sempre reattivi al capitalismo, sempre a dire di no, la flottiglia aggredisce la cabina di comando.”
Il Partito Capibara come flottiglia significa radunare compagne e compagni da lanciare verso il parlamento, non per occuparlo simbolicamente, ma per portarci dentro ogni istanza intersezionale del mondo nuovo. Antigone con la riforma dell’abolizione del carcere. I collettivi antiabilisti con il piano nazionale per l’accessibilità universale.
“È come se fosse un’aggregazione di tante Salis che lottano in un ambito specifico per loro, e che ci mandiamo in parlamento.”
Non sarà la democrazia liberale a realizzare tutto questo. La democrazia liberale è uno strumento da sfruttare, una cabina di comando da aggredire. Il vero progetto è più lungo e più grande: costruire in questi anni il movimento popolare sognante più forte che ci sia, che sa esattamente cosa vuole, che lo ha progettato nei minimi dettagli, che accende milioni di persone.
“Prova a fermare milioni di persone. Abbiamo visto, con la Palestina, quando ci esce l’energia, che potenza che tiriamo fuori.”
6. Lavoro
Il nucleo più discusso del cerchio. Il più conflittuale. Il lavoro è una questione identitaria e profondamente di sinistra. La Costituzione italiana fonda la Repubblica sul lavoro. Quella conquista, figlia delle lotte del Novecento, non si smonta con una provocazione, per quanto necessaria, ovvero quella di abolire il lavoro. La discussione è stata ricca e intensa.
La prima distinzione che è emersa è tra il lavorare e il fare:
“Il lavorare è qualcosa che è sottoposto al bisogno di farlo per produrre una ricchezza che ti serve per pagare l’affitto e campare. Il fare invece è una pratica che nasce da un desiderio, da una passione, da un interesse.”
Non si tratta di abolire l’attività umana. Si tratta di abolire il ricatto della sopravvivenza. In Polveriera quel giorno si era lavorato, montare, smontare, pulire, prendersi cura dello spazio per accogliere la Venere, e nessuno avrebbe chiamato quello lavoro. Era cura. Era fare.
“Quanto è bello prendersi cura di quello che amiamo fare, facendolo.”
Il nodo identitario è arrivato subito, attraverso il caso concreto di un amico traduttore: l’intelligenza artificiale si è nutrita di tutto il suo lavoro passato, depositato online, per rivenderlo come traduzione automatica. Quando gli è stato detto che forse avrebbe potuto avere un reddito e fare altro, la reazione è stata istintiva:
“Sì, ma chi sono io senza il mio lavoro? Qual è la mia identità se non faccio più questo?”
Nel cerchio c’era anche chi viveva la stessa erosione in prima persona, nel montaggio video: tutte le offerte di lavoro richiedono ora di saper usare l’IA per montare. O ti adatti o esci. Non come problema astratto, ma come vita reale che si decide adesso.
La risposta non è rimasta sul piano teorico. È diventata pratica e comunitaria: rinforzarsi a vicenda, costruire insieme una linea rossa, dirsi no collettivamente.
“Noi tra amici dobbiamo sempre rinforzarci a essere antilavoristi: digli di no, difendi la tua linea rossa, non permettergli di farti lavorare la domenica, fatti pagare gli straordinari. Rinforzarsi a vicenda e aiutarsi, perché sul lavoro è dura ogni volta tenere la lotta, però quando hai una comunità di persone che ti rinforza, come fanno gli zoomer a dire di no, ci aiuta anche nella nostra piccola quotidianità.”
Nel cerchio è stata sollevata anche una figura come contraltare speculare e inquietante: gli evangelist della rete. Quelli che si fanno le docce fredde alle cinque di mattina a Dubai, che costruiscono il proprio immaginario sul non lavorare, sull’accentrare su di sé lo status, il Rolex, la macchinona, la libertà sconfinata dell’io contro tutti. Anche loro dicono di voler abolire il lavoro. La differenza è tutta nella direzione: verso l’isolamento egotico o verso la comunità, verso l’accumulo o verso la cura.
“Dobbiamo trovare il modo di comunicare che la relazione dà più ricchezza di quanta te ne possa dare l’avere un Rolex al polso.”
Una voce ha portato la radice linguistica, e ha pesato:
“La parola italiana lavoro deriva dal latino laborem, che indicava fatica, pena, sforzo fisico. Il francese travail e lo spagnolo trabajo derivano da tripalium, uno strumento di tortura romano composto da tre pali usato per immobilizzare i condannati. Siamo stati ingannati nel far diventare una parola che significa sofferenza la parola con cui ci identifichiamo.”
Il dibattito ha aperto anche un punto cieco che il cerchio non ha aggirato. Una voce ha portato una domanda precisa e scomoda: non tutto il lavoro è sostituibile, e non tutta la ricerca può sopravvivere senza concentrazione di risorse. Da Mendel a Darwin a Lord Kelvin le grandi scoperte scientifiche sono nate dal tempo libero, da persone che non avevano il giogo della sopravvivenza e che quindi avevano il tempo e il modo di far maturare un’intuizione fino a farla diventare scoperta. Ma l’epoca in cui bastava questo è finita: la ricerca biomedica, l’ingegneria, la medicina richiedono oggi studi a tappeto, rigore metodologico, fondi ingenti.
“Non riesco a immaginare come un’organizzazione sistematica come quella della ricerca nel campo biomedico possa essere portata avanti in un contesto del genere. Acceleriamo e arriviamo a un plateau, dal punto di vista della ricerca e quindi possibilmente del benessere collettivo.”
C’è anche un’asimmetria già visibile: in spazi come questo circola la cultura umanistica, la filosofia, la politica. L’ingegneria e la medicina sono altrove, dietro il paywall dell’università e dei grant privati. Come si abbatte quel muro senza perdere il motore che quella concentrazione di risorse produce?
Nel cerchio è stato ricordato che la logica pubblica di produzione collettiva del sapere non è un’utopia: è stata la radice di internet, smembrata e cooptata dal mercato negli ultimi trent’anni.
“Se oggigiorno alcuni pretendono di possedere quello che hanno, in realtà stanno semplicemente estraendo quello che è una produzione collettiva. Riportarlo a quella natura collettiva e pubblica è fattibile, e va fatto.”
Negli ecovillaggi la parola lavoro è stata sostituita con valorare: “quando faccio qualcosa, valoro, perché do senso a quello che sto facendo e lo sto condividendo con gli altri.” Non abolizione, ma trasformazione del senso. E da chi viene da esperienze di comunità agricola è arrivata un’ulteriore precisazione pratica: anche in una società liberata dal lavoro salariato, ci sono cose che vanno fatte. Non sempre sono cose che tutti vogliono fare. Come si ridistribuiscono? Come si costruisce una responsabilità condivisa senza che ricada sempre sulle stesse persone?
“Stiamo lavorando piano piano a sociocratizzare il nostro modo di riunirci e andare oltre le forme di rappresentanza: capire come distribuire il potere, distribuire le modalità di decisione, distribuire i domini in cui le varie forme del fare possono avere una loro sovranità. Chi si occupa di decidere quando potare gli ulivi è il gruppo che si occupa di questo, anche se poi dell’assemblea viene tutto condiviso.”
La domanda della forma di governo condiviso è emersa come nodo pratico irrisolto, reale quanto la proposta teorica.
7. Cura, mammiferanza e intersezionalità
“Io la vivo come una dea del desiderio, anche perché si chiama Venere. Però il desiderio se non vive nella cura fa del male. È solo nella cura che il desiderio può veramente liberarsi.”
Questa frase ha aperto il nucleo più denso del cerchio, quello in cui il pensiero gratuitista ha mostrato la sua ambizione più profonda: non solo redistribuire l’abbondanza materiale, ma trasformare il modo in cui stiamo insieme, ci prendiamo cura, ci organizziamo, ci critichiamo.
La cura non è una parola morbida:
“La cura è un sistema di regole, è quel sistema di regole in cui tutto il desiderio può fluire nella sua abbondanza.”
E la risposta alla domanda sul lavoro non è l’abolizione dell’attività umana, ma la sua restituzione alla gratuità originaria:
“L’Italia è una repubblica democratica fondata sulla cura, che reimmagina il lavoro come l’atto di prendersi cura. E prendersi cura è gratuito, è incondizionato. Io ai miei figli mi prendo cura, non glielo faccio mica pagare il cibo. Ho un mio amico, una mia amica, se viene a casa mia lo nutro, se ha bisogno gli do un letto, ma non lo faccio pagare perché la cura è gratuita.”
Da qui arriva la mammiferanza: il diritto a riconoscere che siamo mammiferi, non macchine.
“Ricostruisce un diritto alla mammiferanza, cioè il diritto a riconoscere che siamo mammiferi non macchine. E i mammiferi, se vediamo i nostri animali domestici come vivono, riproducono la propria vita quotidiana in un modo che ha un ritmo completamente diverso dal nostro vivere quotidiano. Eppure noi siamo mammiferi. Ma quanto lavoriamo, quanto impazziamo, quanto siamo stressati costantemente dall’ansia di dover pagare, di dover meritare, di dover guadagnare, di dover espiare la colpa di esistere nella società più abbondante che abbiamo mai realizzato.”
L’abbondanza che il gratuitismo vuole non è quella capitalistica, fatta di gadget con obsolescenza programmata, di Rolex, di televisioni infinite. È un’abbondanza diversa, che nel cerchio ha trovato un nome preciso: xeno-abbondanza. Un capitolo dell’ultimo libro collettivo del movimento rielabora Eric Fromm e reimmagina l’abbondanza non come l’abbondanza dell’avere ma come quella dell’essere, del godere, del condividere. Come nella testimonianza concreta di chi vive in comunità:
“Vivo in un posto dove siamo in venti. Non devo pagare una babysitter perché vivendo in venti oggi sto qui con la mia compagna e mio figlio a casa con altra gente che non gli ho dato niente, non gli ho dato dei soldi per tenerlo lì. Sto libero in funzione del fatto che mi sono costruito delle relazioni.”
“Siamo molto più ricche quando abbiamo il mercoledì libero, perché non lavoriamo e andiamo nel centro sociale dove i vestiti circolano e io gratis posso lasciare i miei vestiti e prenderne altri.”
L’immaginario concreto di questa abbondanza è il solarpunk: la reimmaginazione della tecnologia in senso solare, ecologico, di connessione organica con gli oggetti e con l’ambiente. Una città piena di piante, tram capillari, spazio liberato dall’automobile restituito all’acqua e alla vegetazione. Oggetti che non si buttano ma si curano, si riparano, si trasformano. Tutto craftabile, tutto open source, nessuno scarto.
Ma nel cerchio è arrivata anche una domanda che ha attraversato tutto questo come una lama: chi ha scelto i sei bisogni fondamentali? Con quali soggettività in mente?
“Mi chiedo se l’accelerazionismo di sinistra in qualche modo abbia delle riflessioni al suo interno rispetto a che tipo di bisogni si risponde, a quali soggettività si guardano. Sono stati elencati sei bisogni fondamentali che però sono bisogni uguali per tutte le persone, ma noi non siamo uguali.”
La risposta è stata onesta, senza autoassoluzioni:
“Siamo fondamentalmente bianchi. Abbiamo una maggioranza, 60-65 contro 35, che è più corpi socializzati maschi. Ce lo diciamo ad alta voce. Partiamo dal fatto che chiaramente la rete deriva dalle persone che la aggregano, però ce lo chiediamo: perché non abbiamo persone migranti che militano significativamente attorno a noi? È un problema.”
Non come punto di arrivo, ma come punto di partenza per un lavoro. La cura è intersezionale: non è un principio astratto, è la condizione concreta per costruire un progetto politico che non si inceppi sulle stesse dinamiche di dominio che vuole combattere. Uno degli strumenti che il movimento sta costruendo per lavorare su questo è il tekmil, pratica del Rojava di critica e autocritica collettiva:
“Stiamo costruendo questa specie di collettiva che gira le collettive a fare tekmil, questo strumento del Rojava di critica autocritica dove la critica verso una compagna o un compagno è una responsabilità collettiva.”
Un’immagine è rimasta nel cerchio, quella dello scolpire una pietra: se la critica è troppo leggera non incide, se è troppo dura può spezzare ciò che nell’altro è legittimo. Scolpire richiede cura.
È emersa anche una questione di linguaggio, precisa e politica:
“Inclusivo non ci sta come parola perché dal punto di vista antiabilista non c’è nessuno che vuole sentirsi incluso in un sistema. È tutto di tutte e tutto deve avere zero barriere.”
E la domanda sull’epistemologia ha allargato ulteriormente il campo:
“L’inserimento di una pluriversalità all’interno della scienza: la scienza è direzionata tendenzialmente da un mondo che è occidentale, maschio, bianco, etero. Inserire diversi punti di vista all’interno dell’ambito epistemologico è indispensabile per poter cambiare il paradigma di riferimento.”
La cura, allora, non è solo un valore: è un metodo. È il modo in cui si costruisce un progetto politico che vuole davvero trasformare tutto, senza riprodurre nel frattempo le stesse gerarchie che combatte.
8. Insorgenza, decrescita, scala
Il cerchio non ha lasciato le proposte gratuitiste senza interrogarle. Negli ultimi interventi sono arrivate le domande più difficili, quelle che non cercavano una sintesi ma una verifica: è davvero possibile? Come si scala? Chi si coalizza? E a che costo?
La prima tensione ha riguardato l’abbondanza stessa. Redistribuire l’abbondanza esistente è un obiettivo condivisibile, ma quell’abbondanza non è neutrale: è stata costruita sull’estrazione rapace, sulla devastazione ecologica del pianeta, sullo sfruttamento del Sud globale.
“Possiamo non permetterci di fare una riflessione anche su come questa abbondanza è stata accumulata e quanto sia sostenibile. La società dell’abbondanza è basata sull’estrazione rapace, sui meccanismi del capitalismo, sulla devastazione ecologica del pianeta, sul consumo di risorse insostenibile.”
La risposta ha tenuto il punto: non si tratta di redistribuire l’abbondanza capitalistica, quella dei Rolex e dei gadget con obsolescenza programmata. Si tratta di immaginare un’abbondanza diversa, quella del solarpunk, del mercoledì libero, delle relazioni che sostituiscono il consumo. Un’abbondanza che non estrae ma cura.
La seconda tensione ha riguardato la parola stessa: accelerazione. Una voce ha nominato il problema con precisione, distinguendo tra accelerare l’immaginario e accelerare il mondo:
“Io vedo la decrescita come un altro momento abbastanza parallelo all’idea di accelerazione, forse in un certo senso anche antitetico. Da un lato accelerazione, dall’altro decrescita, ovvero frenata. Io vorrei accelerare il mio immaginario, ma io non voglio accelerare il mondo. Io voglio che il mondo vada molto più lentamente.”
Non è una contraddizione: è una precisazione necessaria. La risposta ha chiarito che accelerazionismo di sinistra e decrescita felice, per come vengono pensati in Italia, dialogano molto bene. Accelerare significa andare avanti nell’evoluzione, fare un salto culturale che permetta finalmente di rallentare:
“Dobbiamo accelerare con lentezza. In una vita in cui non c’è fretta abbiamo la possibilità di goderci il calore del sole sulla pelle, di sentire lo scroscio della pioggia sapendo che tanto domani mattina non dobbiamo svegliarci.”
La terza tensione è stata la più densa politicamente. Una voce con memoria lunga, un vecchio marxista come si è definito, ha nominato la questione senza aggirarla:
“Parlare di accelerazionismo mi fa rizzare i capelli in testa.”
Non per ostilità, ma per esperienza. Il capitalismo si ristruttura più velocemente di quanto la resistenza riesca a colpirlo. La dimensione culturale non basta. E l’abbondanza come argomento politico rischia di scoprire l’acqua calda:
“Limitarsi unicamente a dire che la società è opulenta e c’è la possibilità di distribuire a tutti diventa quasi banale, se si pensa che tutte le spese militari che vengono fatte attualmente potrebbero ripagare completamente la fame nel mondo. Si scopre l’acqua calda. Non c’è la possibilità di rispondere con qualcosa di organizzato? Non basta soltanto la dimensione culturale da contrapporre a questo tipo di realtà. Coloro che si pongono il problema di accelerare i processi capitalistici si rendono conto che c’è una dimensione politica che non si può eludere.”
La domanda sulla rappresentanza è arrivata in forma concreta e precisa, attraverso il racconto di un figlio diciottenne che aveva appena votato per la prima volta:
“Mio figlio quest’anno ha fatto 18 anni e la settimana dopo ha votato per la prima volta al referendum, e quindi per la prima volta ha vinto, che è una sensazione meravigliosa. La sua prima reazione, un po’ ingenua forse ma neanche tanto, è stata: a questo punto che facciamo? Qual è adesso il nostro partito, quello in cui ci ritroviamo per cambiare il mondo? Ha 18 anni ed è meraviglioso. E come me, che ne ho 50, se dovessimo votare domani alle politiche ovviamente non avremmo una rappresentanza.”
A questa domanda il cerchio ha risposto con quello che il movimento ha già costruito e continua a costruire: non solo un immaginario, ma un programma tecnico nel dettaglio. Le reti di progettazione aperta lavorano su riforme concrete, scritte come se dovessero essere applicate domani.
“In questo momento stiamo lavorando con una repa dedicata all’abolizione del carcere, perché l’abolizione del carcere è una grande rivendicazione che noi tutti abbiamo nel cuore. Ma cosa significa concretamente abolire il carcere? Se dovessimo scrivere il decreto attuativo che concretamente riforma il sistema della giustizia e abolisce il sistema carcerario con un sistema di alternative che siano riparative e trasformative.”
Non è ottimismo ingenuo. È una teoria della trasformazione che scommette sulla forza del sogno collettivo, progettato nei minimi dettagli, diffuso come iperstizione, costruito nel tempo. La risposta alla domanda sulla scala e sulla presa del potere non ha eluso la durezza della posta in gioco:
“Se noi in tutto questo processo politico, che magari ci vogliono 13 anni, e in questi 13 anni a un certo punto il capitalismo dovrà tagliare la forbice della democrazia liberale per perseguitarci tutti, noi in 13 anni abbiamo costruito il movimento popolare sognante più forte e straordinario che si alza in piedi col petto in fuori, che sogna e pretende la gratuità di tutto. E quando arriverà quel momento, prova a fermare milioni di persone. Abbiamo visto, con la Palestina, quando ci esce l’energia, che potenza che tiriamo fuori.”
Verso il quarto cerchio
Il cerchio non si è chiuso. Si è trasformato.
Il chiostro si è riempito di conversazioni laterali, di presentazioni informali, di due persone che un’ora prima non si conoscevano e adesso parlavano nell’angolo di un chiostro occupato nel centro di Firenze turistificata di sogni politici e di cosa potrebbe nascere.
Alle 20:30 la proiezione del documentario We Are Making a Film About Mark Fisher, un film indipendente che ha avuto una fortuna rara, proprio perché Fisher è un pensatore che ti parla, che leggendolo senti la sofferenza e il legame empatico che quella sofferenza crea.
Il pensiero non finisce quando si scioglie il cerchio. Continua.
“Questo è un primo cerchio su questo. Non vi preoccupate: si porterà avanti.”
La Venere Biomeccanica gravida è rimasta lì, nel mezzo. Testimone e catalizzatore.