Un canto per la Dea

Un appello per riconnettere passato e futuro

La prima volta che entrammo dentro l’ex-meccanotessile era un settembre di inizio millennio e molti di noi erano poco più che ragazzi. A Firenze, il grande corteo del Social Forum, aveva appena finito di occupare massicciamente i viali intorno al centro della città e molti dei suoi partecipanti si preparavano a rientrare nelle loro case o nelle loro città di appartenenza. Eravamo un centinaio di persone, tutte munite di felpe con il cappuccio, videocamere analogiche, tronchesi e piedi di porco di varia grandezza. Girammo intorno alla grande fabbrica abbandonata, con le sue inferriate arrugginite, il cemento grigio e spoglio, le felci e le erbe infestanti a conquistarsi metri di sopravvivenza in mezzo al ciarpame dell’abbandono. Ignoravamo cosa fosse stato quel posto in precedenza, ma ci bastava osservarlo nel suo desolato presente per capire che era soprattutto un insensato spreco di spazio. 

Erano gli anni di Seattle, di Genova, del movimento NoGlobal, ma anche gli anni delle torri gemelle, della nascita di internet e del capitalismo globalizzato. Firenze si preparava a trasformarsi in quella che noi al tempo chiamavamo una  città-vetrina, una città a misura dei turisti che, sempre di più, anno dopo anno, la invadevano, consumando lauti pasti nei ristoranti, dormendo nei comodi letti king-size degli alberghi e rifocillando le casse comunali con gli ingressi ai musei. Il centro storico cominciava a svuotarsi dei suoi abitanti, aprendo la strada ad Airbnb che al tempo ancora non esisteva neanche. 

In un batter d’occhio il catenaccio che chiudeva il cancello della fabbrica si spezzò docile sotto il morso della tenaglia e della nostra determinazione. Ci riversammo all’interno come esploratori che mettono piede su un pianeta sconosciuto e cominciammo ad arredarlo con la mente, ad immaginarci come riempire quel vuoto con i nostri desideri, come incastrarci dentro tutto ciò che ci mancava.

Quello che ci mancava era uno spazio nostro, con regole nostre. Uno spazio dove organizzarci, connetterci, condividere esperienze, socializzare sogni inespressi. 

Lentamente, per passa parola, la voce si sparse come un fuoco nel bush australiano. Molti in città avevano la nostra stessa sete e in poco tempo, migliaia di ragazzi conversero dentro quel vuoto e lo riempirono.  Ne scaturì una grande festa, un baccanale, che durò per tutta la notte fino alla mattina e alla mattina, quando la musica si spense e la luce colpì i nostri resti, ci rendemmo conto che quello che avevamo vissuto era stato solo un innesco, l’inizio di un viaggio di liberazione e conquista. In quella luce diafana di una mattina di autunno ci riconoscemmo come compagni, come simili, e anche se non ci dicemmo niente sapevamo tutti che quello spazio sarebbe tornato a cercarci, nelle notti buie che sarebbero seguite, nella noia dei locali notturni, nella desolazione del produci-consuma-crepa.

Quando l’anno successivo ci trovammo a spezzare per la seconda volta la stessa catena eravamo un po’ più maturi, un po’ più consapevoli e la città era sempre meno accogliente nei nostri confronti. Stavolta avevamo un progetto, trasformare quel vuoto in un cantiere. Per anni, per decenni, le varie amministrazioni che si erano succedute avevano dichiarato che quell’orrendo vuoto, quello strappo nel cuore di Rifredi sarebbe diventato un centro per l’arte contemporanea. Avevamo deciso che saremmo stati noi, nell’attesa, a costruirci dentro la prima opera d’arte. 

Per quaranta giorni, la vecchia fabbrica si riempì di persone, di mezzi, di attrezzi, di idee. C’era chi ne colorava i muri spogli con graffiti e arte muraria, c’era chi ci scriveva, chi fumava seduto su divani scassati recuperati nei cassonetti, chi sparava musica da impianti autocostruiti. Al centro di tutto questo gran movimento, prendeva corpo la nostra opera collettiva. Una venere, una venere bio meccanica alta quasi cinque metri, fatta di metallo e rivetti, alluminio e plastilina, con forassiti multicolori al posto dei capelli, bulloni al posto dei capezzoli. Senza arti, senza braccia né gambe, a ricordare i resti della venere di Milo, a riconnettere il passato con il presente ad aprire la strada per il futuro, destinata a diventare il simbolo di ciò che ci mancava e di ciò che volevamo. Quando, dopo quaranta giorni, la statua fu conclusa, la portammo in parata per le strade della città, venerandola in migliaia attorno al grande carro che la trasportava. Dentro di lei, intorno a lei,  si agitavano i nostri giovani corpi, nell’estasi collettiva di partecipare a qualcosa di più grande della somma dei nostri singoli presenti.  

La street parade si concluse all’anfiteatro delle Cascine, un tempo luogo di socialità gratuita e selvaggia, anch’esso destinato a scomparire, a farsi fagocitare dal nuovo mondo, dove la socialità è necessariamente mediata dal consumo di beni e servizi, dove ogni esperienza è un’esperienza individuale fatta in mezzo ad altri individui, anch’essi soli e convinti di essere meglio di tutti gli altri. 

Rimase lì, sul suo grande piedistallo di tubi innocenti, ad osservarci con i suoi occhi vacui da veggente, mentre per tre giorni e tre notti ci scatenavamo in una festa selvaggia e dionisiaca, dove ogni confine venne cancellato e i nostri cuori batterono all’unisono al ritmo profondo e martellante che usciva dai molti muri di casse disseminati nel prato. 

Quando tutto finì, riportammo la nostra venere dentro la sua casa al ex-meccanotessile e lasciammo che il Comune la richiudesse in quel silenzio con un nuovo catenaccio, convinti che presto saremmo tornati a spezzarlo, per liberarla, per farla di nuovo tornare a vibrare. 

Ma il tempo è un bastardo e la Venere è rimasta chiusa dentro il suo tempio abbandonato per vent’anni. A farle compagnia qualche ratto, qualche persona senza fissa dimora, ogni tanto un gruppo di ragazzi con le bombolette. I suoi occhi vuoti hanno osservato il nulla crescerle intorno, la pioggia e il freddo dell’inverno, il caldo torrido dell’estate sono stati gli unici cambiamenti in mezzo a quella totale immobilità. Nel frattempo le amministrazioni cittadine hanno cambiato mille volte i loro intenti, i cittadini, gli abitanti del quartiere hanno formato comitati, sono stati stanziati fondi e fatto manifestazioni di interesse ma tutto è rimasto immutato, e lei, la nostra venere, ne è stata l’unica involontaria testimone diretta. 

La città intorno a lei invece è cambiata. E’ diventata esattamente quello che noi avevamo gridato, una città vetrina, una metro-necropoli del rinascimento. I suoi abitanti sono stati espulsi nelle periferie, gli spazi di socialità spontanea come le piazze e i parchi sono stati sterilizzati a colpi di dehor e ordinanze comunali, ogni cultura conformata, ogni alito di vita, ogni spazio possibile messo a profitto, trasformato in un rendering pubblicitario, sterilizzato, inutile e incapace di generare alcunché se non profitti.

Dopo anni di dialogo fra l’amministrazione e i comitati di quartiere, finalmente qualcosa si sta muovendo. E’ infatti prevista la realizzazione di un housing sociale, di un centro giovani e di una ludoteca per riconsegnare l’area dell’ex meccanotessile alla cittadinanza. In attesa che il processo di riqualificazione parta, l’amministrazione ha deciso di chiudere il Meccanotessile, di blindarlo per risolvere con un colpo di spugna il problema di igiene pubblica che adesso rappresenta. 

Dal canto nostro, non possiamo permettere che la Venere Biomecanica rimanga chiusa in quella prigione, magari per altri vent’anni, e abbiamo quindi deciso di riprendercela, di far risplendere le sue lamiere un’altra volta, di caricarla di significati, di trasformarla nel simbolo della città sommersa. 

Siamo convinti infatti che sotto la città vetrina, sotto la sua superficie opaca si nasconda un’altra città, fatta di isole, in cui si naviga a vista, in cui le strade sono segnalate da qualche boa abbandonata, ogni tanto un faro ad illuminare la strada ai naviganti. Queste isole sono spazi, sono progetti collettivi, dove la socialità, la cultura, la politica non sono mediate dal denaro ma dalle relazioni, dove i corpi si incontrano con l’idea di costruire un senso che trascenda le coordinate di questo marcio scorcio storico. Vorremmo che la nostra Venere diventasse un faro, un pin su una mappa alternativa, un segnale sparato nel cielo scuro della città di Firenze. Una città che da sempre reclama spazi di socialità e si contrappone ad un’amministrazione che fa orecchie da mercante perché teme che quelle esperienze e quegli spazi diventino ingestibili, acquisiscano spessore e potere contrattuale, portando il futuro della città in una direzione diversa dal mondo che stanno progettando per noi

Pensiamo agli operai della GKN che sognano di trasformare la loro fabbrica in uno spazio che gli appartiene, pensiamo a Mondeggi Bene Comune, che porta avanti un processo di legalizzazione pieno di insidie e vicoli ciechi. Abbiamo in mente il C.s. Lebowsky, che combatte per avere uno stadio suo dove fare crescere la propria comunità in autonomia, pensiamo al Cecco Rivolta che non riesce a diventare lo spazio pubblico che sogna di essere o il network della Wish parade in cerca di un dialogo per avere un loro spazio di sperimentazione e socialità. Queste sono solo alcune delle realtà che formano la città sommersa. Pensiamo ai collettivi studenteschi, alle realtà del territorio come i circoli Arci, ai centinaia di gruppi, collettivi, network e reti di soggetti stretti intorno a interessi specifici che stentano a trovare lo spazio per esprimersi. 

Vorremmo Raccogliere questa città sotto la capiente sottana della Venere Biomeccanica, farla diventare occasione di connessione, possibilità e futuro collettivo. Il 29 marzo, la dea uscirà dal suo tempio vuoto e noi ci prepariamo ad accoglierla, a venerarla, a renderla immortale.

Questo è un appello, un corno che risuona nella valle di Mordor, la possibilità di un’ultima campale battaglia per i nostri diritti e per il nostro futuro. Portate al suo cospetto la vostra creatività, la vostra voglia di fare, di reclamare, di esserci. Non ve ne pentirete.  

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