{"id":2633,"date":"2026-05-02T13:16:35","date_gmt":"2026-05-02T11:16:35","guid":{"rendered":"https:\/\/venerala.org\/?post_type=approfondimenti&#038;p=2633"},"modified":"2026-05-02T13:16:35","modified_gmt":"2026-05-02T11:16:35","slug":"restituzione-del-terzo-cerchio-della-venere-in-polveriera","status":"publish","type":"approfondimenti","link":"https:\/\/venerala.org\/?approfondimenti=restituzione-del-terzo-cerchio-della-venere-in-polveriera","title":{"rendered":"Restituzione del terzo Cerchio della Venere in Polveriera"},"content":{"rendered":"<p><strong>Il terzo cerchio l\u2019abbiamo fatto con la Venere.<\/strong><\/p>\n<p>Non come metafora: la Venere Biomeccanica \u00e8 arrivata fisicamente, la sera prima, ed era l\u00ec, alta cinque metri, di ferro e lamiere, gravida, al centro del chiostro di Santa Apollonia. Aveva percorso Firenze per un anno: dall&#8217;ex MeccanoTessile al Cecco Rivolta per approdare poi al presidio di GKN, ripartire per Mondeggi Bene Comune, sfilare per la Wish Parade, ritornare al Cecco, approdare al Lumen, e infine arrivare in Polveriera. Un anno di insorgenze gioiose e convergenze attraverso la citt\u00e0 sommersa.<\/p>\n<p>Il 19 aprile era anche luna nuova. Era il Bicycle Day, anniversario della scoperta dell&#8217;LSD. Era, secondo alcuni presenti, un momento esotericamente denso. Lo diciamo senza ironia: la dimensione simbolica e quella materiale convivono in questo processo, e a volte coincidono.<\/p>\n<p>Il cerchio si \u00e8 tenuto in semicerchio intorno alla scultura. Erano presenti persone di Firenze, ma anche da Padova, Verona, Torino, Milano. Non solo frequentatori abituali della Polveriera: c&#8217;erano facce nuove, corpi arrivati da fuori, portatori di pratiche e immaginari altri. Questo era gi\u00e0, in s\u00e9, qualcosa di diverso rispetto ai cerchi precedenti.<\/p>\n<p><i>&#8220;Non siamo pi\u00f9 nella nostra bolla.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Nei due cerchi precedenti avevamo elaborato l&#8217;utopia della citt\u00e0 che cura, il concetto di impropriet\u00e0, la tensione tra isola e recinto, il fare come linguaggio, la narrazione e la dimensione pubblica. Avevamo detto che avevamo bisogno di vedere le cose da fuori. Stavolta il fuori era entrato nel cerchio.<\/p>\n<h5><b>Nota metodologica<\/b><\/h5>\n<p>Il Cerchio \u00e8 un incontro pubblico e viene sempre registrato. Non per archiviarlo come atto formale, ma per poterlo riascoltare e trascrivere, rielaborare e restituire con precisione. La registrazione \u00e8 parte della cura del processo: \u00e8 il modo in cui la Venere si assume la responsabilit\u00e0 di non disperdere ci\u00f2 che viene detto e di trasformare l&#8217;ascolto in memoria condivisa.<\/p>\n<p>Le frasi riportate tra virgolette sono tratte testualmente dagli interventi. Le formulazioni senza virgolette sono condensazioni fedeli del senso espresso, rielaborate per rendere leggibile e coerente il discorso collettivo. Nessun intervento \u00e8 attribuito a chi lo ha pronunciato: nel cerchio la parola circola e diventa patrimonio comune.<\/p>\n<p><b>Il campo del cerchio<\/b><\/p>\n<p>L&#8217;introduzione ha nominato subito la posta in gioco: dopo mesi di riflessione astratta, <i>&#8220;necessaria, per trovare un angolo dove pensare senza doverci preoccupare di tutte le questioni di gestione pratica&#8221;<\/i>, il terzo cerchio voleva vedere le cose dalla pratica. Non abbandonare il pensiero, ma dargli un terreno.<\/p>\n<p><i>&#8220;Sentivamo la necessit\u00e0 di iniziare a vedere delle prospettive pratiche in cui questa utopia della citt\u00e0 che cura si pu\u00f2 declinare effettivamente come tattica, strategia per cambiare l&#8217;esistente.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>A offrire quel terreno erano arrivate voci da fuori, da Padova, Verona, Torino, Milano, portatrici di un pensiero che si chiama accelerazionismo gratuitista: un progetto politico che parte dal Regno Unito degli anni Novanta, arriva in Italia attraverso i meme e Mark Fisher, e sviluppa una specificit\u00e0 tutta propria. Una teoria politica che parla di cura come forza eversiva. Che dice: la tenerezza non \u00e8 debolezza, \u00e8 un vettore di infiltrazione.<\/p>\n<p>Quello che \u00e8 accaduto nel cerchio non \u00e8 stato una lezione. \u00c8 stato un innesco.<\/p>\n<h5><b>I nuclei tematici<\/b><\/h5>\n<p>Dalla sbobinatura del cerchio sono emersi otto nuclei. Si sono intrecciati continuamente, si sono interrotti, si sono risposti a distanza. Li presentiamo come fili distinti per non disperderne la trama, non per costruire una gerarchia.<\/p>\n<ol>\n<li>Il realismo capitalista e la mancanza di futuro<\/li>\n<li>L&#8217;abbondanza e i tre modi per farla sparire<\/li>\n<li>Accelerazionismo: genealogia e specificit\u00e0 italiana<\/li>\n<li>L&#8217;iperstizione come pratica politica<\/li>\n<li>La proposta gratuitista<\/li>\n<li>Lavoro<\/li>\n<li>Cura, mammiferanza e intersezionalit\u00e0<\/li>\n<li>Insorgenza, decrescita, scala<\/li>\n<\/ol>\n<h5><b>1. Il realismo capitalista e la mancanza di futuro<\/b><\/h5>\n<p>Il cerchio \u00e8 partito da una diagnosi condivisa: l&#8217;inquietudine collettiva come condizione del nostro tempo. Non come disposizione psicologica individuale, ma come struttura del presente.<\/p>\n<p>La frase che ha aperto il campo viene da Mark Fisher, ma Fisher l&#8217;aveva presa da \u017di\u017eek e Jameson:<\/p>\n<p><strong><i>&#8220;\u00c8 pi\u00f9 facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.&#8221;<\/i><\/strong><\/p>\n<p>Nel cerchio ha risuonato come una verit\u00e0 fisica, non come citazione. L&#8217;apocalisse, lo sconforto, la depressione come condizioni interiorizzate. Anche in chi lotta. Soprattutto in chi lotta.<\/p>\n<p><i>&#8220;Anche noi a sinistra, nella sinistra militante, radicale, ci portiamo sempre sul groppone questa mancanza di futuri.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Il problema non \u00e8 la mancanza di analisi. Il problema \u00e8 la mancanza di sogno. Non sogno nel senso vago e consolatorio, ma come forza motrice:<\/p>\n<p><i>&#8220;Il problema fondamentale della nostra epoca \u00e8 che abbiamo dimenticato la principale forza motrice di qualsiasi rivoluzione: un sogno mobilitante, un sogno che ci accenda il desiderio di fare politica, che ci faccia scendere in strada.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>La sinistra, dice Fisher, sa bene cosa non vuole. Non sa cosa vuole. E questa asimmetria la condanna alla posizione resistenziale: sempre a dire di no, sempre a difendere, sempre a reagire. Il capitalismo dice s\u00ec, noi diciamo no. E quando vinciamo, vinciamo difendendo lo status quo.<\/p>\n<p>Margaret Thatcher aveva un nome per questo: <i>There is no alternative<\/i>. \u00c8 entrato cos\u00ec in profondit\u00e0 che lo abbiamo fatto nostro. \u00c8 ci\u00f2 che Fisher chiama realismo capitalista: il capitalismo non come sistema economico tra altri possibili, ma come atmosfera che pervade tutto il reale, dentro cui anche le rivendicazioni minime, una pensione dignitosa, una riduzione oraria, un salario decente, appaiono irrealistiche.<\/p>\n<p><i>&#8220;Noi combattiamo consapevoli, introiettando quella grande e importante frase di Thatcher: there is no alternative.&#8221;<\/i><\/p>\n<h5><b>2. L&#8217;abbondanza e i tre modi per farla sparire<\/b><\/h5>\n<p>Qui il discorso ha spiazzato, come deve fare un buon pensiero.<\/p>\n<p>Viviamo nella societ\u00e0 pi\u00f9 abbondante mai costruita. Eppure facciamo fatica a rivendicare anche le cose pi\u00f9 piccole. Come \u00e8 possibile?<\/p>\n<p>La risposta viene dal teorico Steven Shaviro, attraverso quello che viene chiamato il <b>paradosso accelerazionista dell&#8217;abbondanza<\/b>: il capitalismo produce un&#8217;abbondanza sconfinata, ma non pu\u00f2 sopportarla, perch\u00e9 l&#8217;abbondanza \u00e8 la base materiale della libert\u00e0, e la scarsit\u00e0 \u00e8 la base materiale del dominio. Quindi interviene per trasformare artificialmente questa abbondanza in scarsit\u00e0.<\/p>\n<p>Lo fa in tre modi.<\/p>\n<p>Il primo \u00e8 la <b>disuguaglianza economica<\/b>: in Italia ci sono 77 milioni di immobili per 52 milioni di maggiorenni. Impieghiamo il 70% dei terreni coltivabili del pianeta per sfamare gli 80 miliardi di animali che poi mangiamo, e di tutto questo cibo un terzo viene buttato. L&#8217;abbondanza esiste, \u00e8 reale, \u00e8 misurabile. Ma \u00e8 concentrata in pochissime mani.<\/p>\n<p><i>&#8220;Davvero \u00e8 cos\u00ec difficile immaginare una societ\u00e0 dove la casa \u00e8 distribuita in modo tale da essere garantita e da affrancarci dal gioco di doverla pagare?&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Il secondo \u00e8 la <b>propriet\u00e0 intellettuale<\/b>: la conoscenza, che per natura \u00e8 copia e incolla, viene resa proprietaria attraverso brevetti e copyright. Il telefono non si pu\u00f2 riparare perch\u00e9 gli elementi sono saldati. Il software operativo \u00e8 chiuso. La tecnologia che usiamo non \u00e8 nostra.<\/p>\n<p><i>&#8220;Il free open source diventa questo elemento che in qualche modo apre un&#8217;alternativa rispetto a questa scarsit\u00e0 artificiale.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Il terzo, attualissimo, \u00e8 la <b>guerra<\/b>: distruzione sistematica di abbondanza, costruzione artificiale di scarsit\u00e0, riproduzione del dominio attraverso l&#8217;emergenza permanente. La guerra non \u00e8 un&#8217;anomalia del sistema; \u00e8 uno dei suoi strumenti ordinari.<\/p>\n<p>Il punto non \u00e8 negare l&#8217;abbondanza esistente, ma smettere di credere che la scarsit\u00e0 sia naturale. La scarsit\u00e0 \u00e8 una politica. E il ritardo con cui lo riconosciamo \u00e8 anch&#8217;esso una misura:<\/p>\n<p><i>&#8220;Siamo nel 2026, abbiamo raggiunto la condizione della post-scarsit\u00e0 da 50 anni. Le rivendicazioni che oggi stiamo sentendo qui potevano essere benissimo valide negli anni 70.&#8221;<\/i><\/p>\n<h5><b>3. Accelerazionismo: genealogia e specificit\u00e0 italiana<\/b><\/h5>\n<p>Capire da dove viene un&#8217;idea serve a capire cosa pu\u00f2 fare.<\/p>\n<p>Tutto comincia a Warwick, negli anni Novanta. Dal 1995 al 1999, gli anni di internet, dei computer, della cibernetica come novit\u00e0, un gruppo di ricerca universitario decide di occuparsi in modo non convenzionale di come la tecnologia potrebbe trasformare il futuro. Si chiama CCRU, Cybernetic Culture Research Unit. Ne fanno parte Nick Land, Mark Fisher, Sadie Plant, Ray Brassier, Kodwo Eshun, tra gli altri. Un gruppo atipico: musica techno, rave culture, riferimenti esoterici, sostanze di vario tipo. Fanno anche rituali molto particolari. Vengono cacciati dall&#8217;universit\u00e0. Sulla porta della loro stanza rimane ancora oggi una targhetta:<\/p>\n<p><i>&#8220;La CCRU non \u00e8 mai esistita, non esiste, non esister\u00e0 mai.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>\u00c8 un gruppo prolifico, fortunato, che produce un&#8217;avanguardia politica e filosofica da cui nascono diverse correnti. La prima \u00e8 l&#8217;<b>accelerazionismo di destra<\/b>, che prende da Nick Land, membro fondatore della CCRU, e nel 2012 trova una formulazione esplicita nel Manifesto per il Nuovo Illuminismo Oscuro. Diventa riferimento filosofico per l&#8217;alt-right trumpiana. Oggi Steve Bannon, Elon Musk, Peter Thiel e Donald Trump si definiscono ufficialmente accelerazionisti di destra e si comportano da tali: vogliono rompere lo status quo in una direzione tecnocratica, fascista, suprematista. Sono al potere negli Stati Uniti. Queste sono le uniche parole che concederemo loro.<\/p>\n<p>La seconda corrente \u00e8 l&#8217;<b>accelerazionismo incondizionato<\/b>, molto legato alla Chaos Magic e all&#8217;esoterismo; filosoficamente interessante, politicamente distante da questo percorso.<\/p>\n<p>La terza \u00e8 l&#8217;<b>accelerazionismo di sinistra<\/b>, che nasce come dibattito politico tra il 2008 e il 2013, nel contesto della crisi finanziaria e dei movimenti globali, Occupy Wall Street, l&#8217;Onda in Italia, che nonostante la loro potenza non sono riusciti a scalfire strutturalmente il capitalismo. Anzi: nella seconda met\u00e0 degli anni Dieci il capitalismo si ristruttura e fioriscono i neofascismi, oggi al governo anche da noi.<\/p>\n<p><i>&#8220;Com&#8217;\u00e8 possibile che nonostante tutti i nostri sforzi alla fine non riusciamo a vincere? Perch\u00e9 nonostante tutta la nostra fatica non riusciamo a essere strutturalmente efficaci?&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Questa \u00e8 la domanda che attraversa il dibattito accelerazionista di sinistra nel Regno Unito, un dibattito ancora oggi vivo e scoppiettante, che produce continuamente nuovi autori e autrici. Nel 2013 esce il Manifesto per una politica accelerazionista di Williams e Srnicek. Nel 2015 <i>Inventare il futuro<\/i> degli stessi autori: pretendi il reddito universale, pretendi la piena automazione, pretendi il futuro. Nel 2019 Aaron Bastani, direttore di Novara Media, molto attivo sulla questione palestinese, pubblica <i>Fully Automated Luxury Communism<\/i>: un immaginario di comunismo nuovo, che cerca di svecchiare automatismi e simboli consumati.<\/p>\n<p><i>&#8220;Perch\u00e9 da quanto tempo sentiamo la rivendicazione della piena occupazione, eppure chi vorrebbe essere pienamente occupato dal lavoro?&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Al centro di tutto questo c&#8217;\u00e8 Mark Fisher. Non il pi\u00f9 tecnologico degli accelerazionisti, ma il pi\u00f9 necessario. Fisher partecipava attivamente a questo dibattito, era protagonista in prima linea. Ma la sua specificit\u00e0 era altrove: apre un blog nel 2003, \u00e8 un critico culturale, analizza i film, la scena rave, la musica techno, e rileva nel presente un&#8217;aridit\u00e0 culturale, una perdita di innovazione.<\/p>\n<p><i>&#8220;Realismo Capitalista inizia con un riferimento a un film del 2006, The Children of Men, ambientato nel 2027, che racconta di un Regno Unito diventato una democrazia autoritaria, un po&#8217; come gli Stati Uniti d&#8217;America oggi, dove il problema \u00e8 che non nascono pi\u00f9 figli. \u00c8 una metafora di una societ\u00e0 che nel momento in cui smette di generare cultura nuova finisce per marcire.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Fisher si occupa profondamente della relazione tra depressione, salute mentale e capitalismo. \u00c8 forse la persona che pi\u00f9 di altre, in maniera pop, \u00e8 riuscita a trasmettere la necessit\u00e0 di politicizzare la condizione di isolamento esistenziale, di concepirla non come sofferenza privata, ma come condizione di cui \u00e8 responsabile il sistema.<\/p>\n<p><i>&#8220;Nel momento in cui Mark Fisher si toglie la vita il 13 gennaio 2017, \u00e8 come se la sua energia esotericamente venisse liberata e si propagasse oltre i confini nazionali.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Dal 2018 in Italia viene tradotto tutto. E nasce anche un documentario su di lui, quello che verr\u00e0 proiettato la sera stessa in Polveriera al termine del cerchio.<\/p>\n<p><i>&#8220;Mark Fisher \u00e8 una persona molto empatica, non \u00e8 un saggista difficile, astratto, filosofico. \u00c8 una persona che ti parla, di cui senti la sofferenza mentre lo leggi, e quindi ti crea questo legame empatico che veicola un certo paradigma della cura, non attraverso un ragionamento astratto, ma attraverso un sentire quotidiano.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>In Italia questo pensiero arriva in un modo tutto particolare, senza testi tradotti: <i>Fully Automated Luxury Communism<\/i> di Bastani non \u00e8 tradotto, Shaviro non \u00e8 tradotto, svariati libri non sono tradotti. Arriva attraverso i <b>meme<\/b>. Anni 2015-2016, pagine Facebook che cominciano a memeare l&#8217;immaginario accelerazionista senza che quasi nessuno sapesse da dove venisse. Un pensiero che arriva senza teoria, solo come sensibilit\u00e0, come colore, come desiderio.<\/p>\n<p><i>&#8220;L&#8217;unico modo con cui questo pensiero accelerazionista di sinistra arriva in Italia \u00e8 con i meme.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Tra le pagine nate in quel periodo, una \u00e8 sopravvissuta a tutte le altre, le pagine di meme hanno vita breve di base, ed \u00e8 ancora oggi attiva: Automatizzato Comunismo Memetico. Porta una sensibilit\u00e0 precisa: il desiderio di glitterare Mark Fisher, la rivendicazione di sentirsi una sinistra fucsia che mette al centro la salute mentale, la cura, la queerness.<\/p>\n<p><i>&#8220;Arriva questo immaginario che infesta i meme della sinistra. In realt\u00e0 poche persone sanno che stavano trasferendo questo immaginario dal Regno Unito all&#8217;Italia.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Da questo incontro, l&#8217;immaginario accelerazionista dei meme e la sensibilit\u00e0 fisheriana dell&#8217;empatia politica, nasce una forma italiana propria: l&#8217;<b>accelerazionismo gratuitista<\/b>, o semplicemente il <b>gratuitismo<\/b>. Una parola strategica, che cerca di svecchiare simboli e comunicazione per riportare alle persone un sogno davvero appetibile, davvero desiderabile.<\/p>\n<p><i>&#8220;Un tipo l&#8217;altro giorno a Torino mi ha detto: &#8216;Non conosco il gratuitismo, ma gi\u00e0 mi piace.'&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Nel 2024, nel Regno Unito, nasce anche il <b>cute accelerationism<\/b>, fondato da Maya Cronick e Amy Ireland: la constatazione che il primo meme diventato virale su internet sono i gattini, che le sottoculture kawaii proliferano in un presente distopico, \u00e8 letta come segno politico. La pulsione di cuteness che emerge \u00e8 il segnale di un desiderio collettivo di cura che cerca forma.<\/p>\n<p><i>&#8220;We do not yet know what cute can do.&#8221;<\/i><\/p>\n<h5><b>4. L&#8217;iperstizione come pratica politica<\/b><\/h5>\n<p>Un concetto che il cerchio ha ricevuto come chiave, come strumento concreto.<\/p>\n<p>L&#8217;<b>iperstizione<\/b> \u00e8 la profezia che si autoavvera. Non per magia, ma per diffusione. \u00c8 come la superstizione, il gatto nero che attraversa la strada ti porta sfortuna, ma con una differenza fondamentale: la superstizione \u00e8 una finzione in cui credi, l&#8217;iperstizione \u00e8 una finzione in cui credi e che per il fatto stesso di essere creduta e di circolare agisce sulla realt\u00e0, si diffonde fino a diventare senso comune, e a quel punto si realizza.<\/p>\n<p><i>&#8220;\u00c8 un&#8217;idea cos\u00ec forte che si realizza per il semplice fatto di essere creduta e di circolare.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Il senso comune \u00e8 il pensiero non pensato. Quello che diamo per scontato senza averlo mai scelto: che sia normale lavorare per pagare tutto, che non ci sia alternativa, che la vita vada guadagnata, che avere bisogno di una casa sia in qualche modo una colpa. Il senso comune non \u00e8 neutro; \u00e8 il terreno su cui si regge il realismo capitalista. E pu\u00f2 essere trasformato.<\/p>\n<p><i>&#8220;Cosa succederebbe se un&#8217;idea cos\u00ec desiderabile, forte, cominciasse a circolare fino al punto che una persona depoliticizzata dicesse: &#8216;Io non sono n\u00e9 di destra n\u00e9 di sinistra, per\u00f2 secondo me il cibo dovrebbe essere gratis&#8217;?&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Il progetto politico del gratuitismo si fonda interamente su questo meccanismo: non conquistare il potere in senso tradizionale, ma trasformare il senso comune. Rendere desiderabile, plausibile, normale ci\u00f2 che oggi appare impossibile. E la cosa straordinaria \u00e8 che questo processo \u00e8 gi\u00e0 in atto: i raduni al parco a Milano, Torino, Bologna, le persone che si trovano dal niente e si dicono lo vogliamo realizzare, sono la prova che l&#8217;iperstizione funziona.<\/p>\n<p><i>&#8220;\u00c8 dieci anni che questa idea circola e adesso comincia a bucare. Comincia a bucare l&#8217;attenzione mainstream, comincia a intercettare sempre pi\u00f9 persone.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Un riferimento che \u00e8 stato portato nel cerchio \u00e8 Luther Blissett: un nome collettivo usato negli anni Novanta da centinaia di persone in tutta Europa per firmare azioni, testi, truffe ai media, performance. Un&#8217;identit\u00e0 fittizia condivisa che ha agito sulla realt\u00e0, che \u00e8 circolata, che ha prodotto effetti reali. Il nome, preso da un calciatore giamaicano che gioc\u00f2 male al Milan, \u00e8 diventato un personaggio moltiplicabile, anonimo, inafferrabile. Un&#8217;iperstizione riuscita: una finzione creduta cos\u00ec diffusamente da diventare reale.<\/p>\n<p><i>&#8220;Un&#8217;idea cos\u00ec forte che bastava farla circolare, che esponenzialmente continuava a diffondersi, talmente desiderabile che chi vuoi che non fosse d&#8217;accordo. Quando un numero sufficientemente grande di persone comincia a credere che sia possibile, diventa possibile.&#8221;<\/i><\/p>\n<p><i>&#8220;Noi siamo qua oggi perch\u00e9 l&#8217;iperstizione sta funzionando.&#8221;<\/i><\/p>\n<h5><b>5. La proposta gratuitista<\/b><\/h5>\n<p>Il gratuitismo non \u00e8 solo un immaginario. \u00c8 un programma. La differenza tra le due cose \u00e8 quella che separa un sogno evocativo da un progetto politico concreto: non basta dire vogliamo la casa per tutti, bisogna scrivere il decreto attuativo.<\/p>\n<p><i>&#8220;Non basta il principio del &#8216;vogliamo il diritto alla casa&#8217;. Cosa significa questo? Significa andare oltre a queste vocazioni e riuscire a delineare: ma come si fa una societ\u00e0 in questo modo, come si distribuiscono le case, come si ridisegna il servizio sanitario nazionale, come si reinventano le relazioni?&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Da questo impulso nascono le <b>reti di progettazione aperta<\/b>: think tank che radunano persone tecniche per scrivere nei minimi dettagli le riforme del futuro. La patrimoniale con un tetto massimo di 6,66 milioni di patrimonio personale, un numero simbolico, giocabile memeticamente. La riforma sanitaria generale, scritta insieme a un ex direttore sanitario dopo anni di militanza nel settore. Il decreto attuativo per l&#8217;abolizione del carcere. Il piano nazionale per l&#8217;accessibilit\u00e0 universale. L&#8217;immaginazione come esercizio, e la progettazione come sua forma pi\u00f9 alta.<\/p>\n<p>La proposta si articola in <b>tre pilastri<\/b>.<\/p>\n<p>Il primo \u00e8 la <b>riduzione della settimana lavorativa a 24 ore<\/b>, distribuita su quattro giorni, sei ore al giorno, con un salario minimo di 15 euro netti l&#8217;ora, 1.560 euro al mese. Un salario minimo che sale al livello del salario medio, dimezzando quasi la settimana lavorativa. Una proposta che si applica gradualmente nel giro di tre-cinque anni, fondata su una riforma fiscale che rende il nuovo salario minimo non 30 euro lordi ma 15 euro netti, perch\u00e9 il salario minimo non avr\u00e0 imposizione fiscale, si riscrive tutto.<\/p>\n<p><i>&#8220;Una proposta libidinale, sexy, che accende il desiderio politico, che ti fa venire voglia di dedicarti alla politica perch\u00e9 \u00e8 trasformativa della vita quotidiana.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Il secondo pilastro \u00e8 la <b>gratuit\u00e0 dei sei bisogni fondamentali<\/b>: casa, bollette, cibo, trasporti, salute, cultura. Le sei spese mensili per cui ogni mese dobbiamo lavorare. Le sei ragioni del ricatto.<\/p>\n<p><i>&#8220;Perch\u00e9 noi andiamo a lavorare? Perch\u00e9 dobbiamo guadagnare i soldi che ci servono per pagare sei spese mensili.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Ognuno di questi bisogni ha un progetto tecnico dedicato.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Il terzo pilastro \u00e8 un <b>reddito di base universale di 500 euro al mese<\/b>, ancorato al tasso di sviluppo dell&#8217;automazione. Non come sostituto del salario, ma come base materiale di libert\u00e0.<\/p>\n<p>Insieme: 24 ore di lavoro settimanale, 1.560 euro di salario minimo, 500 euro di reddito universale, sei bisogni fondamentali garantiti. Una vita in cui la domanda diventa concreta e spiazzante:<\/p>\n<p><i>&#8220;Se io ho i sei bisogni fondamentali garantiti, mi sveglio e non devo correre. Non devo impazzire con l&#8217;ansia di dover guadagnare i soldi per stare dietro a tutto quello che dobbiamo pagare. Cosa servono i soldi?&#8221;<\/i><\/p>\n<p><i>&#8220;Non te lo devi meritare. Non \u00e8 colpa tua avere bisogno.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Questa \u00e8 la rottura filosofica del gratuitismo: la demercificazione della vita. Il capitalismo mette un prezzo a tutto, all&#8217;ambulanza, alla salute, al cibo, alla casa, alla citt\u00e0, persino a Venezia che adesso ha un biglietto d&#8217;ingresso. Il gratuitismo inverte questo meccanismo e ricostruisce un diritto che nel cerchio ha trovato un nome preciso: il diritto alla mammiferanza. Torneremo su questo.<\/p>\n<p>Per diffondere questa proposta nel mondo, il movimento ha partorito uno strumento: il <b>Partito Capibara<\/b>.<\/p>\n<p>Il nome non \u00e8 casuale. In Argentina, durante il Covid, mentre i cinghiali invadevano Roma, un&#8217;orda di capibara ha invaso i recinti delle zone residenziali chiuse, le ville dei ricchi. I ricchi sono scappati impauriti. I capibara si sono messi a cillare nelle loro piscine.<\/p>\n<p><i>&#8220;Il Capibara viene narrato romanticamente come questo animale pacifico, che va d&#8217;accordo anche con i coccodrilli. In realt\u00e0 i capibara hanno tanti predatori, e il pi\u00f9 pericoloso \u00e8 l&#8217;essere umano, che li utilizza come meme, li mette in uno zoo, oppure li mangia. Il punto \u00e8 che i capibara siamo noi: mammiferi che vorrebbero coccolarsi, giocare, dedicarsi alle proprie passioni, stare insieme in comunit\u00e0. Ma non possono, perch\u00e9 sono in catene.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Il Partito Capibara \u00e8 un grande meme, un capibara di Troia: fa ridere, se ne parla, intercetta l&#8217;attenzione. Poi scopri che \u00e8 tutto vero, progettato nei minimi dettagli. A non essere vero \u00e8 il realismo capitalista.<\/p>\n<p>Ha tre caratteristiche. \u00c8 <b>iperstizionale<\/b>: il suo obiettivo fondamentale \u00e8 diffondere un&#8217;idea cos\u00ec desiderabile da realizzarsi da sola. \u00c8 <b>tecnico<\/b>: usa le reti di progettazione aperta per scrivere nei minimi dettagli ogni riforma, ogni decreto, ogni proposta. E adotta la <b>strategia della flottiglia<\/b>.<\/p>\n<p>La flottiglia \u00e8 una pratica di attacco, non di difesa. La flottiglia non \u00e8 la barchetta che blocca Israele; \u00e8 il tragitto che risveglia le coscienze del popolo che scende in strada e blocca tutto.<\/p>\n<p><i>&#8220;Mentre noi siamo sempre in difesa, sempre reattivi al capitalismo, sempre a dire di no, la flottiglia aggredisce la cabina di comando.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Il Partito Capibara come flottiglia significa radunare compagne e compagni da lanciare verso il parlamento, non per occuparlo simbolicamente, ma per portarci dentro ogni istanza intersezionale del mondo nuovo. Antigone con la riforma dell&#8217;abolizione del carcere. I collettivi antiabilisti con il piano nazionale per l&#8217;accessibilit\u00e0 universale.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><i>&#8220;\u00c8 come se fosse un&#8217;aggregazione di tante Salis che lottano in un ambito specifico per loro, e che ci mandiamo in parlamento.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Non sar\u00e0 la democrazia liberale a realizzare tutto questo. La democrazia liberale \u00e8 uno strumento da sfruttare, una cabina di comando da aggredire. Il vero progetto \u00e8 pi\u00f9 lungo e pi\u00f9 grande: costruire in questi anni il movimento popolare sognante pi\u00f9 forte che ci sia, che sa esattamente cosa vuole, che lo ha progettato nei minimi dettagli, che accende milioni di persone.<\/p>\n<p><i>&#8220;Prova a fermare milioni di persone. Abbiamo visto, con la Palestina, quando ci esce l&#8217;energia, che potenza che tiriamo fuori.&#8221;<\/i><\/p>\n<h5><b>6. Lavoro<\/b><\/h5>\n<p>Il nucleo pi\u00f9 discusso del cerchio. Il pi\u00f9 conflittuale. Il lavoro \u00e8 una questione identitaria e profondamente di sinistra. La Costituzione italiana fonda la Repubblica sul lavoro. Quella conquista, figlia delle lotte del Novecento, non si smonta con una provocazione, per quanto necessaria, ovvero quella di abolire il lavoro. La discussione \u00e8 stata ricca e intensa.<\/p>\n<p>La prima distinzione che \u00e8 emersa \u00e8 tra il lavorare e il fare:<\/p>\n<p><i>&#8220;Il lavorare \u00e8 qualcosa che \u00e8 sottoposto al bisogno di farlo per produrre una ricchezza che ti serve per pagare l&#8217;affitto e campare. Il fare invece \u00e8 una pratica che nasce da un desiderio, da una passione, da un interesse.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Non si tratta di abolire l&#8217;attivit\u00e0 umana. Si tratta di abolire il ricatto della sopravvivenza. In Polveriera quel giorno si era lavorato, montare, smontare, pulire, prendersi cura dello spazio per accogliere la Venere, e nessuno avrebbe chiamato quello lavoro. Era cura. Era fare.<\/p>\n<p><i>&#8220;Quanto \u00e8 bello prendersi cura di quello che amiamo fare, facendolo.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Il nodo identitario \u00e8 arrivato subito, attraverso il caso concreto di un amico traduttore: l&#8217;intelligenza artificiale si \u00e8 nutrita di tutto il suo lavoro passato, depositato online, per rivenderlo come traduzione automatica. Quando gli \u00e8 stato detto che forse avrebbe potuto avere un reddito e fare altro, la reazione \u00e8 stata istintiva:<\/p>\n<p><i>&#8220;S\u00ec, ma chi sono io senza il mio lavoro? Qual \u00e8 la mia identit\u00e0 se non faccio pi\u00f9 questo?&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Nel cerchio c&#8217;era anche chi viveva la stessa erosione in prima persona, nel montaggio video: tutte le offerte di lavoro richiedono ora di saper usare l&#8217;IA per montare. O ti adatti o esci. Non come problema astratto, ma come vita reale che si decide adesso.<\/p>\n<p>La risposta non \u00e8 rimasta sul piano teorico. \u00c8 diventata pratica e comunitaria: rinforzarsi a vicenda, costruire insieme una linea rossa, dirsi no collettivamente.<\/p>\n<p><i>&#8220;Noi tra amici dobbiamo sempre rinforzarci a essere antilavoristi: digli di no, difendi la tua linea rossa, non permettergli di farti lavorare la domenica, fatti pagare gli straordinari. Rinforzarsi a vicenda e aiutarsi, perch\u00e9 sul lavoro \u00e8 dura ogni volta tenere la lotta, per\u00f2 quando hai una comunit\u00e0 di persone che ti rinforza, come fanno gli zoomer a dire di no, ci aiuta anche nella nostra piccola quotidianit\u00e0.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Nel cerchio \u00e8 stata sollevata anche una figura come contraltare speculare e inquietante: gli evangelist della rete. Quelli che si fanno le docce fredde alle cinque di mattina a Dubai, che costruiscono il proprio immaginario sul non lavorare, sull&#8217;accentrare su di s\u00e9 lo status, il Rolex, la macchinona, la libert\u00e0 sconfinata dell&#8217;io contro tutti. Anche loro dicono di voler abolire il lavoro. La differenza \u00e8 tutta nella direzione: verso l&#8217;isolamento egotico o verso la comunit\u00e0, verso l&#8217;accumulo o verso la cura.<\/p>\n<p><i>&#8220;Dobbiamo trovare il modo di comunicare che la relazione d\u00e0 pi\u00f9 ricchezza di quanta te ne possa dare l&#8217;avere un Rolex al polso.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Una voce ha portato la radice linguistica, e ha pesato:<\/p>\n<p><i>&#8220;La parola italiana lavoro deriva dal latino laborem, che indicava fatica, pena, sforzo fisico. Il francese travail e lo spagnolo trabajo derivano da tripalium, uno strumento di tortura romano composto da tre pali usato per immobilizzare i condannati. Siamo stati ingannati nel far diventare una parola che significa sofferenza la parola con cui ci identifichiamo.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Il dibattito ha aperto anche un punto cieco che il cerchio non ha aggirato. Una voce ha portato una domanda precisa e scomoda: non tutto il lavoro \u00e8 sostituibile, e non tutta la ricerca pu\u00f2 sopravvivere senza concentrazione di risorse. Da Mendel a Darwin a Lord Kelvin le grandi scoperte scientifiche sono nate dal tempo libero, da persone che non avevano il giogo della sopravvivenza e che quindi avevano il tempo e il modo di far maturare un&#8217;intuizione fino a farla diventare scoperta. Ma l&#8217;epoca in cui bastava questo \u00e8 finita: la ricerca biomedica, l&#8217;ingegneria, la medicina richiedono oggi studi a tappeto, rigore metodologico, fondi ingenti.<\/p>\n<p><i>&#8220;Non riesco a immaginare come un&#8217;organizzazione sistematica come quella della ricerca nel campo biomedico possa essere portata avanti in un contesto del genere. Acceleriamo e arriviamo a un plateau, dal punto di vista della ricerca e quindi possibilmente del benessere collettivo.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 anche un&#8217;asimmetria gi\u00e0 visibile: in spazi come questo circola la cultura umanistica, la filosofia, la politica. L&#8217;ingegneria e la medicina sono altrove, dietro il paywall dell&#8217;universit\u00e0 e dei grant privati. Come si abbatte quel muro senza perdere il motore che quella concentrazione di risorse produce?<\/p>\n<p>Nel cerchio \u00e8 stato ricordato che la logica pubblica di produzione collettiva del sapere non \u00e8 un&#8217;utopia: \u00e8 stata la radice di internet, smembrata e cooptata dal mercato negli ultimi trent&#8217;anni.<\/p>\n<p><i>&#8220;Se oggigiorno alcuni pretendono di possedere quello che hanno, in realt\u00e0 stanno semplicemente estraendo quello che \u00e8 una produzione collettiva. Riportarlo a quella natura collettiva e pubblica \u00e8 fattibile, e va fatto.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Negli ecovillaggi la parola lavoro \u00e8 stata sostituita con valorare: <i>&#8220;quando faccio qualcosa, valoro, perch\u00e9 do senso a quello che sto facendo e lo sto condividendo con gli altri.&#8221;<\/i> Non abolizione, ma trasformazione del senso. E da chi viene da esperienze di comunit\u00e0 agricola \u00e8 arrivata un&#8217;ulteriore precisazione pratica: anche in una societ\u00e0 liberata dal lavoro salariato, ci sono cose che vanno fatte. Non sempre sono cose che tutti vogliono fare. Come si ridistribuiscono? Come si costruisce una responsabilit\u00e0 condivisa senza che ricada sempre sulle stesse persone?<\/p>\n<p><i>&#8220;Stiamo lavorando piano piano a sociocratizzare il nostro modo di riunirci e andare oltre le forme di rappresentanza: capire come distribuire il potere, distribuire le modalit\u00e0 di decisione, distribuire i domini in cui le varie forme del fare possono avere una loro sovranit\u00e0. Chi si occupa di decidere quando potare gli ulivi \u00e8 il gruppo che si occupa di questo, anche se poi dell&#8217;assemblea viene tutto condiviso.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>La domanda della forma di governo condiviso \u00e8 emersa come nodo pratico irrisolto, reale quanto la proposta teorica.<\/p>\n<h5><b>7. Cura, mammiferanza e intersezionalit\u00e0<\/b><\/h5>\n<p><i>&#8220;Io la vivo come una dea del desiderio, anche perch\u00e9 si chiama Venere. Per\u00f2 il desiderio se non vive nella cura fa del male. \u00c8 solo nella cura che il desiderio pu\u00f2 veramente liberarsi.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Questa frase ha aperto il nucleo pi\u00f9 denso del cerchio, quello in cui il pensiero gratuitista ha mostrato la sua ambizione pi\u00f9 profonda: non solo redistribuire l&#8217;abbondanza materiale, ma trasformare il modo in cui stiamo insieme, ci prendiamo cura, ci organizziamo, ci critichiamo.<\/p>\n<p>La cura non \u00e8 una parola morbida:<\/p>\n<p><i>&#8220;La cura \u00e8 un sistema di regole, \u00e8 quel sistema di regole in cui tutto il desiderio pu\u00f2 fluire nella sua abbondanza.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>E la risposta alla domanda sul lavoro non \u00e8 l&#8217;abolizione dell&#8217;attivit\u00e0 umana, ma la sua restituzione alla gratuit\u00e0 originaria:<\/p>\n<p><i>&#8220;L&#8217;Italia \u00e8 una repubblica democratica fondata sulla cura, che reimmagina il lavoro come l&#8217;atto di prendersi cura. E prendersi cura \u00e8 gratuito, \u00e8 incondizionato. Io ai miei figli mi prendo cura, non glielo faccio mica pagare il cibo. Ho un mio amico, una mia amica, se viene a casa mia lo nutro, se ha bisogno gli do un letto, ma non lo faccio pagare perch\u00e9 la cura \u00e8 gratuita.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Da qui arriva la <b>mammiferanza<\/b>: il diritto a riconoscere che siamo mammiferi, non macchine.<\/p>\n<p><i>&#8220;Ricostruisce un diritto alla mammiferanza, cio\u00e8 il diritto a riconoscere che siamo mammiferi non macchine. E i mammiferi, se vediamo i nostri animali domestici come vivono, riproducono la propria vita quotidiana in un modo che ha un ritmo completamente diverso dal nostro vivere quotidiano. Eppure noi siamo mammiferi. Ma quanto lavoriamo, quanto impazziamo, quanto siamo stressati costantemente dall&#8217;ansia di dover pagare, di dover meritare, di dover guadagnare, di dover espiare la colpa di esistere nella societ\u00e0 pi\u00f9 abbondante che abbiamo mai realizzato.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>L&#8217;abbondanza che il gratuitismo vuole non \u00e8 quella capitalistica, fatta di gadget con obsolescenza programmata, di Rolex, di televisioni infinite. \u00c8 un&#8217;abbondanza diversa, che nel cerchio ha trovato un nome preciso: <b>xeno-abbondanza<\/b>. Un capitolo dell&#8217;ultimo libro collettivo del movimento rielabora Eric Fromm e reimmagina l&#8217;abbondanza non come l&#8217;abbondanza dell&#8217;avere ma come quella dell&#8217;essere, del godere, del condividere. Come nella testimonianza concreta di chi vive in comunit\u00e0:<\/p>\n<p><i>&#8220;Vivo in un posto dove siamo in venti. Non devo pagare una babysitter perch\u00e9 vivendo in venti oggi sto qui con la mia compagna e mio figlio a casa con altra gente che non gli ho dato niente, non gli ho dato dei soldi per tenerlo l\u00ec. Sto libero in funzione del fatto che mi sono costruito delle relazioni.&#8221;<\/i><\/p>\n<p><i>&#8220;Siamo molto pi\u00f9 ricche quando abbiamo il mercoled\u00ec libero, perch\u00e9 non lavoriamo e andiamo nel centro sociale dove i vestiti circolano e io gratis posso lasciare i miei vestiti e prenderne altri.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>L&#8217;immaginario concreto di questa abbondanza \u00e8 il <b>solarpunk<\/b>: la reimmaginazione della tecnologia in senso solare, ecologico, di connessione organica con gli oggetti e con l&#8217;ambiente. Una citt\u00e0 piena di piante, tram capillari, spazio liberato dall&#8217;automobile restituito all&#8217;acqua e alla vegetazione. Oggetti che non si buttano ma si curano, si riparano, si trasformano. Tutto craftabile, tutto open source, nessuno scarto.<\/p>\n<p>Ma nel cerchio \u00e8 arrivata anche una domanda che ha attraversato tutto questo come una lama: chi ha scelto i sei bisogni fondamentali? Con quali soggettivit\u00e0 in mente?<\/p>\n<p><i>&#8220;Mi chiedo se l&#8217;accelerazionismo di sinistra in qualche modo abbia delle riflessioni al suo interno rispetto a che tipo di bisogni si risponde, a quali soggettivit\u00e0 si guardano. Sono stati elencati sei bisogni fondamentali che per\u00f2 sono bisogni uguali per tutte le persone, ma noi non siamo uguali.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>La risposta \u00e8 stata onesta, senza autoassoluzioni:<\/p>\n<p><i>&#8220;Siamo fondamentalmente bianchi. Abbiamo una maggioranza, 60-65 contro 35, che \u00e8 pi\u00f9 corpi socializzati maschi. Ce lo diciamo ad alta voce. Partiamo dal fatto che chiaramente la rete deriva dalle persone che la aggregano, per\u00f2 ce lo chiediamo: perch\u00e9 non abbiamo persone migranti che militano significativamente attorno a noi? \u00c8 un problema.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Non come punto di arrivo, ma come punto di partenza per un lavoro. La cura \u00e8 intersezionale: non \u00e8 un principio astratto, \u00e8 la condizione concreta per costruire un progetto politico che non si inceppi sulle stesse dinamiche di dominio che vuole combattere. Uno degli strumenti che il movimento sta costruendo per lavorare su questo \u00e8 il <b>tekmil<\/b>, pratica del Rojava di critica e autocritica collettiva:<\/p>\n<p><i>&#8220;Stiamo costruendo questa specie di collettiva che gira le collettive a fare tekmil, questo strumento del Rojava di critica autocritica dove la critica verso una compagna o un compagno \u00e8 una responsabilit\u00e0 collettiva.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Un&#8217;immagine \u00e8 rimasta nel cerchio, quella dello scolpire una pietra: se la critica \u00e8 troppo leggera non incide, se \u00e8 troppo dura pu\u00f2 spezzare ci\u00f2 che nell&#8217;altro \u00e8 legittimo. Scolpire richiede cura.<\/p>\n<p>\u00c8 emersa anche una questione di linguaggio, precisa e politica:<\/p>\n<p><i>&#8220;Inclusivo non ci sta come parola perch\u00e9 dal punto di vista antiabilista non c&#8217;\u00e8 nessuno che vuole sentirsi incluso in un sistema. \u00c8 tutto di tutte e tutto deve avere zero barriere.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>E la domanda sull&#8217;epistemologia ha allargato ulteriormente il campo:<\/p>\n<p><i>&#8220;L&#8217;inserimento di una pluriversalit\u00e0 all&#8217;interno della scienza: la scienza \u00e8 direzionata tendenzialmente da un mondo che \u00e8 occidentale, maschio, bianco, etero. Inserire diversi punti di vista all&#8217;interno dell&#8217;ambito epistemologico \u00e8 indispensabile per poter cambiare il paradigma di riferimento.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>La cura, allora, non \u00e8 solo un valore: \u00e8 un metodo. \u00c8 il modo in cui si costruisce un progetto politico che vuole davvero trasformare tutto, senza riprodurre nel frattempo le stesse gerarchie che combatte.<\/p>\n<h5><b>8. Insorgenza, decrescita, scala<\/b><\/h5>\n<p>Il cerchio non ha lasciato le proposte gratuitiste senza interrogarle. Negli ultimi interventi sono arrivate le domande pi\u00f9 difficili, quelle che non cercavano una sintesi ma una verifica: \u00e8 davvero possibile? Come si scala? Chi si coalizza? E a che costo?<\/p>\n<p>La prima tensione ha riguardato l&#8217;abbondanza stessa. Redistribuire l&#8217;abbondanza esistente \u00e8 un obiettivo condivisibile, ma quell&#8217;abbondanza non \u00e8 neutrale: \u00e8 stata costruita sull&#8217;estrazione rapace, sulla devastazione ecologica del pianeta, sullo sfruttamento del Sud globale.<\/p>\n<p><i>&#8220;Possiamo non permetterci di fare una riflessione anche su come questa abbondanza \u00e8 stata accumulata e quanto sia sostenibile. La societ\u00e0 dell&#8217;abbondanza \u00e8 basata sull&#8217;estrazione rapace, sui meccanismi del capitalismo, sulla devastazione ecologica del pianeta, sul consumo di risorse insostenibile.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>La risposta ha tenuto il punto: non si tratta di redistribuire l&#8217;abbondanza capitalistica, quella dei Rolex e dei gadget con obsolescenza programmata. Si tratta di immaginare un&#8217;abbondanza diversa, quella del solarpunk, del mercoled\u00ec libero, delle relazioni che sostituiscono il consumo. Un&#8217;abbondanza che non estrae ma cura.<\/p>\n<p>La seconda tensione ha riguardato la parola stessa: accelerazione. Una voce ha nominato il problema con precisione, distinguendo tra accelerare l&#8217;immaginario e accelerare il mondo:<\/p>\n<p><i>&#8220;Io vedo la decrescita come un altro momento abbastanza parallelo all&#8217;idea di accelerazione, forse in un certo senso anche antitetico. Da un lato accelerazione, dall&#8217;altro decrescita, ovvero frenata. Io vorrei accelerare il mio immaginario, ma io non voglio accelerare il mondo. Io voglio che il mondo vada molto pi\u00f9 lentamente.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Non \u00e8 una contraddizione: \u00e8 una precisazione necessaria. La risposta ha chiarito che accelerazionismo di sinistra e decrescita felice, per come vengono pensati in Italia, dialogano molto bene. Accelerare significa andare avanti nell&#8217;evoluzione, fare un salto culturale che permetta finalmente di rallentare:<\/p>\n<p><i>&#8220;Dobbiamo accelerare con lentezza. In una vita in cui non c&#8217;\u00e8 fretta abbiamo la possibilit\u00e0 di goderci il calore del sole sulla pelle, di sentire lo scroscio della pioggia sapendo che tanto domani mattina non dobbiamo svegliarci.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>La terza tensione \u00e8 stata la pi\u00f9 densa politicamente. Una voce con memoria lunga, un vecchio marxista come si \u00e8 definito, ha nominato la questione senza aggirarla:<\/p>\n<p><i>&#8220;Parlare di accelerazionismo mi fa rizzare i capelli in testa.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Non per ostilit\u00e0, ma per esperienza. Il capitalismo si ristruttura pi\u00f9 velocemente di quanto la resistenza riesca a colpirlo. La dimensione culturale non basta. E l&#8217;abbondanza come argomento politico rischia di scoprire l&#8217;acqua calda:<\/p>\n<p><i>&#8220;Limitarsi unicamente a dire che la societ\u00e0 \u00e8 opulenta e c&#8217;\u00e8 la possibilit\u00e0 di distribuire a tutti diventa quasi banale, se si pensa che tutte le spese militari che vengono fatte attualmente potrebbero ripagare completamente la fame nel mondo. Si scopre l&#8217;acqua calda. Non c&#8217;\u00e8 la possibilit\u00e0 di rispondere con qualcosa di organizzato? Non basta soltanto la dimensione culturale da contrapporre a questo tipo di realt\u00e0. Coloro che si pongono il problema di accelerare i processi capitalistici si rendono conto che c&#8217;\u00e8 una dimensione politica che non si pu\u00f2 eludere.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>La domanda sulla rappresentanza \u00e8 arrivata in forma concreta e precisa, attraverso il racconto di un figlio diciottenne che aveva appena votato per la prima volta:<\/p>\n<p><i>&#8220;Mio figlio quest&#8217;anno ha fatto 18 anni e la settimana dopo ha votato per la prima volta al referendum, e quindi per la prima volta ha vinto, che \u00e8 una sensazione meravigliosa. La sua prima reazione, un po&#8217; ingenua forse ma neanche tanto, \u00e8 stata: a questo punto che facciamo? Qual \u00e8 adesso il nostro partito, quello in cui ci ritroviamo per cambiare il mondo? Ha 18 anni ed \u00e8 meraviglioso. E come me, che ne ho 50, se dovessimo votare domani alle politiche ovviamente non avremmo una rappresentanza.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>A questa domanda il cerchio ha risposto con quello che il movimento ha gi\u00e0 costruito e continua a costruire: non solo un immaginario, ma un programma tecnico nel dettaglio. Le reti di progettazione aperta lavorano su riforme concrete, scritte come se dovessero essere applicate domani.<\/p>\n<p><i>&#8220;In questo momento stiamo lavorando con una repa dedicata all&#8217;abolizione del carcere, perch\u00e9 l&#8217;abolizione del carcere \u00e8 una grande rivendicazione che noi tutti abbiamo nel cuore. Ma cosa significa concretamente abolire il carcere? Se dovessimo scrivere il decreto attuativo che concretamente riforma il sistema della giustizia e abolisce il sistema carcerario con un sistema di alternative che siano riparative e trasformative.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Non \u00e8 ottimismo ingenuo. \u00c8 una teoria della trasformazione che scommette sulla forza del sogno collettivo, progettato nei minimi dettagli, diffuso come iperstizione, costruito nel tempo. La risposta alla domanda sulla scala e sulla presa del potere non ha eluso la durezza della posta in gioco:<\/p>\n<p><i>&#8220;Se noi in tutto questo processo politico, che magari ci vogliono 13 anni, e in questi 13 anni a un certo punto il capitalismo dovr\u00e0 tagliare la forbice della democrazia liberale per perseguitarci tutti, noi in 13 anni abbiamo costruito il movimento popolare sognante pi\u00f9 forte e straordinario che si alza in piedi col petto in fuori, che sogna e pretende la gratuit\u00e0 di tutto. E quando arriver\u00e0 quel momento, prova a fermare milioni di persone. Abbiamo visto, con la Palestina, quando ci esce l&#8217;energia, che potenza che tiriamo fuori.&#8221;<\/i><\/p>\n<h5><b>Verso il quarto cerchio<\/b><\/h5>\n<p>Il cerchio non si \u00e8 chiuso. Si \u00e8 trasformato.<\/p>\n<p>Il chiostro si \u00e8 riempito di conversazioni laterali, di presentazioni informali, di due persone che un&#8217;ora prima non si conoscevano e adesso parlavano nell&#8217;angolo di un chiostro occupato nel centro di Firenze turistificata di sogni politici e di cosa potrebbe nascere.<\/p>\n<p>Alle 20:30 la proiezione del documentario <i>We Are Making a Film About Mark Fisher<\/i>, un film indipendente che ha avuto una fortuna rara, proprio perch\u00e9 Fisher \u00e8 un pensatore che ti parla, che leggendolo senti la sofferenza e il legame empatico che quella sofferenza crea.<\/p>\n<p>Il pensiero non finisce quando si scioglie il cerchio. Continua.<\/p>\n<p><i>&#8220;Questo \u00e8 un primo cerchio su questo. Non vi preoccupate: si porter\u00e0 avanti.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>La Venere Biomeccanica gravida \u00e8 rimasta l\u00ec, nel mezzo. Testimone e catalizzatore.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 19 aprile 2026, nel chiostro di Santa Apollonia alla Polveriera, si \u00e8 tenuto il terzo Cerchio della Venere. Per la prima volta il cerchio ha accolto voci da fuori citt\u00e0, da Padova, Verona, Torino, Milano, portatrici del pensiero dell&#8217;accelerazionismo gratuitista e della sua genealogia fisheriana. Il campo del cerchio ha attraversato otto nuclei tematici: il realismo capitalista come atmosfera del presente, il paradosso dell&#8217;abbondanza artificialmente trasformata in scarsit\u00e0, l&#8217;iperstizione come pratica politica, la proposta gratuitista nei suoi tre pilastri, il nodo identitario del lavoro, la cura come metodo e non solo come valore, e le tensioni aperte tra accelerazione, decrescita e scala. Una restituzione fedele di un pensiero collettivo che non si \u00e8 chiuso con il cerchio, ma ha continuato nelle conversazioni del chiostro e nella proiezione serale del documentario su Mark Fisher.<\/p>\n","protected":false},"featured_media":2634,"template":"","class_list":["post-2633","approfondimenti","type-approfondimenti","status-publish","has-post-thumbnail","hentry"],"acf":{"photo_gallery":{"gallery-approfondimenti":[[]]}},"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.6 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Restituzione del terzo Cerchio della Venere in Polveriera - veneraLA<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Una teoria politica che parla di cura come forza eversiva: il pensiero dell&#039;accelerazionismo gratuitista e della sua genealogia fisheriana.\" \/>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/venerala.org\/?approfondimenti=restituzione-del-terzo-cerchio-della-venere-in-polveriera\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Restituzione del terzo Cerchio della Venere in Polveriera - 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