Vi invitiamo a portare le vostre voci, idee, pratiche, visioni, perché il cerchio sia davvero corale, desiderante e proteiforme.
Questo cerchio è il frutto di un percorso iniziato il 29 marzo 2025, quando la Venere Biomeccanica è stata risvegliata da un torpore durato due decenni. Riteniamo che la convergenza della rete VeneraLA con la rete di collettivi Wish Parade e l’assemblea de La Polveriera Spazio Comune, avvenuta in questi ultimi mesi, sia l’occasione per rilanciare un laboratorio politico generativo sui temi del diritto alla città e la possibilità di lottare insieme per un altro mondo possibile.
I cerchi della Venere hanno già una storia, sono nati al Cecco Rivolta a giugno 2025 durante un laboratorio dove, seduti in cerchio, provammo a rispondere a tre domande:
• Cosa accade quando uno spazio vuoto viene restituito alla comunità?
• Come possiamo immaginare una gestione non proprietaria, ma condivisa?
• L’uso temporaneo può diventare tempo generativo, non transitorio?
Lanciamo una nuova domanda, tenendo aperte anche le altre:
• Che cosa rende l’uso comunitario dello spazio più forte della proprietà?
Cercheremo di ragionarci insieme a partire da tre prospettive:
1. La prima è legata al concetto di Improprietà proposto dal Leoncavallo.
2. La seconda è legata al caso specifico de La Polveriera Spazio Comune.
3. La terza è legata alle pratiche di riappropriazione dello spazio pubblico attraverso l’arte e la relazione.
Non possiamo prescindere dal contesto in cui viviamo.
Firenze è attraversata da processi di trasformazione urbana che negli ultimi anni hanno raggiunto un livello critico. Il turismo ha assunto il ruolo di motore economico principale, trasformandosi progressivamente in una monocoltura capace di orientare scelte politiche, assetti urbani e usi dello spazio.
Una quota sempre più ampia del patrimonio abitativo viene sottratta all’uso residenziale e destinata a funzioni ad alta redditività. Nel centro storico la maggior parte delle compravendite immobiliari avviene con finalità di investimento. Questo incide sull’aumento dei canoni, sulla precarizzazione dell’abitare e sull’espulsione progressiva di cittadine e cittadini con redditi medi e bassi.
Gli effetti riguardano la quotidianità urbana nel suo insieme. I servizi di prossimità lasciano spazio ad attività orientate al consumo. Le funzioni quotidiane vengono sostituite da funzioni temporanee. Gli spazi pubblici si trasformano in luoghi di attraversamento rapido o di intrattenimento a pagamento. Le disuguaglianze sociali diventano sempre più visibili. Aumenta il numero di persone che vivono per strada. Si aggravano situazioni di marginalità e di dipendenza.
A queste condizioni la risposta prevalente è di tipo repressivo: controllo, allontanamento, gestione emergenziale.
La cura viene sostituita dall’ordine pubblico. La città mercificata e resa elitaria. In questo contesto emergono proteste, occupazioni, pratiche di difesa e riappropriazione degli spazi. Non come rifiuto astratto del cambiamento, ma come risposta concreta a una perdita di possibilità: abitare, restare, costruire relazioni, immaginare futuro.
Accanto a questa città visibile continua a esistere una città sommersa.
Una città fatta di pratiche, alleanze, saperi condivisi, tentativi di risposta concreta alle crisi in atto. E il Plesso di Sant’Apollonia si colloca dentro questo quadro. Come punto di condensazione di dinamiche più ampie: pressione immobiliare, frammentazione istituzionale, domanda crescente di spazi accessibili, presenza di pratiche sociali radicate.
La Polveriera Spazio Comune rende visibile questa tensione. Mostra come, anche nel centro storico, esistano luoghi capaci di rispondere a bisogni collettivi senza trasformarsi in merce. Luoghi in cui l’uso genera valore urbano, relazione, continuità.
Viviamo una fase in cui il diritto di proprietà viene riaffermato come principio ordinatore dello spazio urbano, mentre pratiche di uso collettivo che hanno prodotto valore sociale vengono rimosse o soffocate a funzione amministrata. In questo contesto, la chiamata che ha lanciato il Leoncavallo sul concetto di improprietà è una necessità politica.
Nel testo proposto dalla comunità del Leoncavallo riconosciamo infatti un passaggio politico rilevante: lo spostamento dell’attenzione dal titolo di proprietà alla funzione d’uso, dalla titolarità alla fruizione, dalla legalità formale alla legittimità sociale.
Improprietà emerge come concetto capace di separare il proprio dalla proprietà e di rimettere al centro l’uso comune come criterio politico. La riflessione sull’improprietà incrocia oggi una situazione specifica: quella de La Polveriera Spazio Comune, autogestione attraversata per anni da un uso collettivo improprietario.
La Polveriera è improprietà messa alla prova
La Polveriera Spazio Comune si trova nel Plesso di Sant’Apollonia, per anni uno spazio governato dall’uso collettivo. A partire dai tumultuosi anni ’60, si sono consumate molte battaglie sociali per un diritto allo studio sempre più inclusivo e per una politica sempre più rispondente alle reali necessità della popolazione studentesca e cittadina.
Basti pensare alle esperienze della mensa e della stamperia autogestite. Inoltre, tra il 1967 e il 1974, studentesse e studenti greci, iraniani e spagnoli presidiavano il plesso e manifestavano animatamente per denunciare i regimi autoritari che attanagliavano i rispettivi paesi d’origine (ancora oggi sono visibili simboli e frasi sui muri che perimetrano il chiostro risalenti proprio a quel periodo).
Il Plesso di Sant’Apollonia è stato uno spazio con attività universitarie, aperto, attraversato, comunitario. Uno spazio vissuto quotidianamente, in cui mangiare, incontrarsi, organizzare assemblee e momenti di confronto faceva parte della vita universitaria diffusa nel centro della città.
Questo equilibrio si è progressivamente incrinato a partire dal primo decennio degli anni duemila, quando lo spostamento delle principali sedi universitarie fuori dal centro storico ha ridotto drasticamente la presenza studentesca nella quotidianità del centro urbano.
Meno studentx in circolazione, meno vita ordinaria, più spazio per processi di valorizzazione dall’alto e per la pressione speculativa sui complessi pubblici e privati. L’esperienza de La Polveriera Spazio Comune prende forma come pratica di resistenza e di riattivazione dell’uso, capace di restituire al complesso una funzione collettiva e di riannodare Sant’Apollonia alla città vissuta e sommersa, in continuità con una storia di apertura e di uso comunitario che precede di molto le trasformazioni recenti.
In questo senso La Polveriera Spazio Comune è l’espressione dell’autorganizzazione e autogestione politicizzata studentesca, cittadina e intersezionale. La proprietà regionale è rimasta formalmente in capo all’ente, mentre la funzione dello spazio è stata definita dall’autogestione, dalla produzione di sapere, dalla cura e dalle relazioni sociali.
In questo scarto tra titolo e funzione si è prodotto un regime improprietario. L’accesso è stato aperto. La destinazione è stata sociale. La valorizzazione è avvenuta fuori dalle logiche di rendita. La fase attuale di ristrutturazione del complesso e relativo sgombero rende visibile la fragilità di questo equilibrio.
L’improprietà emerge come campo di tensione tra uso collettivo e potere istituzionale, tra valore sociale prodotto e riattivazione del comando proprietario. La Polveriera non è un modello pacificato. È un caso aperto. Proprio per questo costituisce un punto di osservazione avanzato per interrogare l’improprietà come regime praticabile nello spazio urbano.
Improprietà come processo collettivo La situazione de La Polveriera mostra che l’improprietà è un processo che attraversa conflitto, negoziazione e decisione condivisa. Nei passaggi di confronto con le istituzioni emerge spesso un meccanismo ricorrente: la richiesta di trasformare soggetti informali e orizzontali in soggetti giuridici formalizzati e verticistici. Per poi eventualmente andare a concessione.
La normalizzazione istituzionale agisce come dispositivo di selezione e controllo, trasforma pratiche collettive in soggetti riconoscibili e governabili, tutelando di fatto il regime proprietario e producendo spesso frammentazione all’interno dei movimenti. Questo meccanismo opera in modo formalmente dialogico ma sostanzialmente repressivo: riduce la complessità delle pratiche, individualizza la responsabilità e indebolisce la forza politica dell’agire comune.
L’improprietà prende forma quando una comunità costruisce orientamenti condivisi sull’uso di uno spazio, sui suoi limiti, sulle sue possibilità e sui passi da compiere. Pensiamo cerchi della Venere come laboratori di improprietà. Nei cerchi la parola è uso comune. Il sapere circola. Le differenze convivono senza essere neutralizzate. I cerchu producono consuetudini di ascolto, decisione e responsabilità condivisa. In questo senso sono già una pratica improprietaria.
Laddove la proprietà chiede rappresentanti, firme e gerarchie, l’improprietà afferma uso, responsabilità collettiva e decisione condivisa. In questa prospettiva, lo spazio, il sapere e le pratiche collettive non diventano comuni perché riconosciuti dall’alto, ma perché agiti, custoditi e difesi nel tempo.
È in questo senso che improprietà, assemblea e uso collettivo tornano a coincidere.
L’articolo 18 della Costituzione riconosce il diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione e senza vincoli di forma. L’assemblea orizzontale rientra pienamente in questo quadro ed è già, di fatto, una forma legittima di organizzazione politica. L’esperienza degli usi civici e collettivi urbani di Napoli si fonda su una lettura sostanziale della Costituzione, che intreccia i principi di solidarietà e uguaglianza (artt. 2 e 3), la libertà di associazione senza autorizzazione né vincoli di forma (art. 18) e la funzione sociale della proprietà (art. 42), mostrando come l’uso collettivo possa costituire un criterio politico e giuridico legittimo, anche in assenza di titolarità proprietaria.
Portare il concetto di improprietà nei cerchi significa tentare di fare un passo ulteriore.
Raccoglieremo negli spazi de La Polveriera gli scritti e i contributi su tutto il processo che è stato e che sarà, aggiornando a cadenza irregolare il sito venerala.org. Ricordiamoci sempre che si tratta di tutto tempo volontario che di per sé genera già valore sociale.